VOLETE CONOSCERE ALCE NERO?

Il Sabato

Valerio Lessi

26 luglio - 1 agosto 1986

Se volete non c’è bisogno di varcare l’Oceano in cerca di qualche riserva indiana. Alce Nero abita a Montebello a un tiro da Urbino. Al secolo si chiama Gino Girolomoni. È un po’ abate un po’ contadino. È innamorato della Chiesa e dei campi. È un uomo antico. Ma nuovissimo. Vi aspetta per i Vespri

Ho incontrato l’abate di Montebello. A dire il vero ero partito con l’idea di incontrare il presidente della cooperativa “Alce Nero”, l’esperto di agricoltura biologica, l’ex sindaco di Isola del Piano, in provincia di Pesaro, famoso per i suoi originali tentativi di recupero della civiltà contadina. E invece mi sono trovato innanzi un uomo che ha fatto del monastero di Montebello, nella disabitata collina che si estende fra Urbino e Fossombrone, la sua ragione di vita. Si innamorò di quel cumulo di macerie e di pietre diroccate quando aveva poco più di 20 anni e decise che la sua vita non avrebbe avuto senso se non in quel luogo.
Se decidete di andarlo a incontrarlo non pensate di trovarlo con il saio e i fianchi cinti da un cordone. Degli antichi eremiti ha solo la folta barba nera da cui escono due occhi vivissimi. Vi presenterà la moglie Tullia e i due figli maschi. Di professione fa il coltivatore diretto, ma senza avvelenare la creazione con i concimi chimici e altre diavolerie. Continua a fare il presidente di “Alce Nero”. Non è più il sindaco di Isola del Piano perché ha perso le elezioni, però da quella esperienza ha imparato che “se non si parte dal tornaconto elettorale e dal potere si può fare qualcosa per la società”.
Vi accoglierà nello studio che fu dei 139 abati di Montebello e che adesso ovviamente è suo e vi dirà che sta scrivendo un libro per dire cosa fa nella vita e, soprattutto, perché lo fa.
“La vita è come un pellegrinaggio verso Gerusalemme. Qui a Montebello stiamo costruendo la nave per andarci”.
Val proprio la pena arrampicarsi sulle colline dove, grazie a lui, è ritornata la vita per incontrare Gino Girolomoni, singolare figura di abate senza congregazione e con famiglia. Non credo che me ne voglia perché insisto nel chiamarlo abate.
Me lo ha confidato lui stesso: “Mi hanno portato a Montebello le stesse domande che 600 anni fa indussero Pietro Gambacorta, il fondatore, a rinunciare al ducato di Pisa e venire su questa collina a cibarsi delle radici degli alberi. Come fare per salvarsi? Desiderando le cose che desidera Dio. Cosa desidera Dio? Eh, nel Medioevo ci passavamo una vita per cercare di rispondere a questa domanda. Per me è un’impresa tuttora valida”.
La figura di Pietro gambacorta esercita un enorme fascino su Gino Girolomoni. Da giovane pensava di farsi monaco eremita, sognava di stare lontano dal frastuono del mondo, del denaro e dal potere. Le circostanze della vita lo hanno portato a dare vita a una cooperativa di un miliardo e mezzo di fatturato, a fare il sindaco e tante altre cose.
Il suo amico Vittorio Messori gli ha fatto il dono di una frase del cardinale Ratzinger che è diventata il suo programma di vita: “La “fuga secoli”, che è al centro della spiritualità classica, aveva anche un aspetto sociale. Si fuggiva dunque dal mondo non per abbandonarlo a se stesso, ma per ricreare in luoghi dello spirito una nuova possibilità di vita cristiana”. Così rinasce Montebello. Dal 1971, quando ancora il monastero era senza tetti e senza porte e per salirvi l’ultimo tratto bisognava farlo a piedi, la collina diventa il punto di incontro di un gruppo di amici che hanno una speranza religiosa. Sono diversi, hanno alle spalle storie diverse, provengono da città diverse, ma sono uniti dal comune modo di sentire la stessa fede. Come i monaci “girolomini”, quelli fondati da Pietro Gambacorta, si mettono insieme per “vivere la nostra religione”, così Gino e i suoi amici depositano su quella collina, allora completamente disabitata, il loro modo di vivere la fede.
“ciò che conta per me” dice Gino “è la speranza nei miracoli di Dio. Non solo nei piccoli miracoli di cui è fatta ogni giornata, ma nel grande miracolo che Dio può fare, la sua promessa di vincere il male e la morte nella storia. Il mondo lo salva Dio, non noi con le opere. Il mondo si salva con “cieli nuovi e terra nuova” che scendono dal cielo”.
All’inizio di Montebello c’è una speranza di ricongiungere ad un luogo, scelto perché vi avevano vissuto 17 uomini che la Chiesa ha proclamato beati. Parlare con girolomoni significa essere introdotti in un mondo dove le pietre non sono più solo materia ma forma dello spirito.
Per fare la guardia, per custodire il luogo della speranza Gino decide di metterci gli animali. Così sarà costretto a venirci ogni giorno. Fino a quando a Montebello non diventerà la sua casa.
Per vivere sceglie di fare il contadino. L’agricoltura è il pane, perché “anche la speranza” dice Gino “ha bisogno del pane”.
“Come 20 anni fa la gente della mia generazione avvertiva la satanicità del potere delle multinazionali, così io vedo nell’avvelenamento della natura e degli alimenti la potenza distruttiva di 10 Hitler messi assieme. Non per questo rifiutiamo la tecnologia moderna (metteremo anche un telex9 ma usiamo solo ciò che è buono per l’uomo”.
L’agricoltura di Gino e della cooperativa “Alce Nero” è agricoltura biologica. Ma la rivoluzione agricola di “Alce Nero” (“i contadini, come gli indiani, nella nostra società non contano nulla) è anche un’altra: il contadino deve trasformare e vendere direttamente le materie prime che produce.
“Questa attività” spiega Gino “è servita per trovare le ragioni economiche per ricostruire un territorio. Un vecchio monaco che incontrai da ragazzo mi disse che un monastero oggi non può vivere di lasciti ed elemosine. Ci vuole un’attività economica. E poi non è un caso che Gesù abbia scelto di fare il carpentiere piuttosto che il sacerdote o il dottore di legge”.
Con Girolomoni il discorso si sposta sempre sulle ragioni ultime. “Non per questo qui a Montebello stiamo con le mani in mano. Lavoriamo sodo e, come i benedettini, abbiamo introdotto anche delle innovazioni tecnologiche. Non abbiamo sotterrato i talenti, però non confidiamo nei nostri talenti.
Ho scritto in una poesia sulla Pasqua “Lui è risorto, ma noi quando risorgiamo?”.
Gino, ma l’inizio della resurrezione non è già qui su questa tribolata e avvelenata terra? Gino scuote il capo e dice: “La storia è solo il luogo dove si forma il piccolo resto d’Israele. E poi dimmi: di fronte alla possibilità di sperare in un miracolo grande, i cieli e la terra nuova dell’Apocalisse, quelli definitivi, perché accontentarsi di un miracolo piccolo. Nella rivelazione c’è la bomba atomica delle promesse, un’esplosione di speranza più potente di mille testate nucleari.
Io “tifo” per questa. Non mi accontento”.
Parliamo allora della Chiesa. “La vedo povera in tutti i sensi. Non è bello vedere un prete abbondare un’antica chiesa e dire Messa in un capannone dove io non farei neppure un fienile. Fortunatamente ci sono i movimenti, che la ringiovaniscono. Però mi chiedo, dov’è oggi la cultura cattolica?”.
Il nostro incontro termina qui. Grazie Gino, sorprendente abate di Montebello. Ritornerò. E non solo per la buona pasta e la buona farina che mi hai regalato.