valà bunì la ruspa è impazzita

il Marchigiano

Valeriano Fanelli

03 ottobre 1974

Happening sulla condizione contadina

È vero. Esistenza e testimonianza coincidono. Il palcoscenico sei tu; l’autore sei tu. Il pubblico non esiste. E questo, i contadini e gli “intellettuali” che qui ad Isola del Piano (villaggio del Pescarese; 800 abitanti dei quali  circa 500 dediti all’agricoltura) sono una sola persona, da quando (i primi rinunciando alla loro proverbiale “Astuzia” i secondi alla loro aberrata “ambizione”) hanno iniziato a vivere, senza limiti, la propia “visione”.

Il fuoco
Roma sta bruciando; chi è stato? … un maniscalco mette i ferri ad un cavallo, un fabbro fa altrettanto ad una mucca, alcune donne pettinano la lana, altre la filano e la tessono, un uomo batte la falce. Una fisarmonica li interrompe e li chiama ad uno di quei balli delle sere d’inverno … ma una ruspa viene e cancella ogni cosa, ogni attrezzo. Dopo il primo stupore, a dopo averla adorata per la sua forza i contadini si accorgono adesso che ha distrutto “tutto”. Allora vanno dal sindaco; spiegano il loro stato; chiedono consiglio sul da farsi. Si sentono dire di aspettare la prossima mietitura e di portare il grano tagliato (tanto non vale niente) in una piazza al centro di Roma.
Lungo la strada Flaminia che da Fano porta alla capitale, decine e decine di contadini delle Marche, dell’Umbria e del Lazio si uniscono a quelli di “Isola” e quando arrivano alla grande città sono alcune migliaia e riempiono piazza del Popolo, il corso e piazza Venezia.
Un uomo che nessuno conosce e nessuno vede andrà a dar fuoco al grano…

Le parole del sindaco di “Isola”
“ Il dramma “Valà Bunì, la ruspa è impazzita”  (Valà vuolo dire “cammina” e Bunì il nome di una delle mucche che trascinano l’aratro) viene presentato il 5 ottobre a Isola del Piano, grazie all’adesione ed il sostegno di Alessandro Bausani, FFausto Belfiori, Baget-Bozzo, Giorgio Barberi, Guido Cernetti, Sergio Quinzio, Rodolfo Quadrelli, Franco Moranti, Giuseppe Sermoneti, Ferdinando Tartaglia, Fabio Tombari e Giambattista Vicari. Mi ero rivolto ad una settantina di uomini rappresentativi della cultura italiana (dopo quattro anni di pubblica amministrazione ho imparato ad ignorare i politici ed i governanti) e quelli che hanno aderito ne vivono ai margini (forse perché non hanno compreso i limiti). Mi hanno aiutato a mettere a fuoco il problema: questa “rivolta” non servirà a migliorare o a garantire la vita degli agricoltori, essa infatti “non arriva al cuore di nessuno” (Ceronettio); “ ogni gesto di opposizione è puntualmente riassorbito dal sistema”. (Baget-Bozzo); e  “se manca quel tanto di purezza senza la quale niente vle la pena di niente” (Tartaglia) non va neanche fatto.
Ma servirà almeno a ricordare che le  fabbriche non potranno mai produrre grano né far nascere le mele …”

L’acqua
Piove. La campagna; i contadini di Isola del Piano attendevano da tempo la pioggia, e oggi, nonostante tutto, sono contenti.

L’irrazionale e la civiltà industriale
Si legge su tutti i giornali di questi giorni “… i contadini pagano a prezzi sempre più elevati le materie prime ed i beni strumentali di cui abbisognano (dai concimi alle macchine) e ricavano sovente pochissimo dai prodotti agricoli …”  Il coltivatore non può pagare all’infinito per le altre categorie” ecc. ecc. AL civiltà industriale, riscoperta l’agricoltura come fatto economico essenziale va predicando, quale unica soluzione della crisi che travaglia il settore in Europa ed in particolare in Italia, il il superamento della polverizzazione delle proprietà terriere.
Così facendo sarebbe possibile affrontare gli alti costi di produzione e le difficoltà della commercializzazione con criteri industriali – aziendali. Quello che viene proposto più sovente è il cooperativismo; ma, ormai tutti lo sanno, l’ottimo sarebbe la società agricola per azioni, gestita da una équipe di tecnici capaci di pianificare e specializzare i fondi alla produzione ad essi più congeniale. Così facendo il contadino diverrebbe operaio, o operaio – azionista, ottenendo in tal modo condizioni contrattuali a livello degli altri operatori dell’industria e del commercio.
Ma i “contadini – intellettuali” di Isola del Piano sanno di non potersi affidare  totalmente alle macchine e alla chimica e alla monocoltura: Non per sfiducia verso questi mezzi tecnologici e criteri produttivi avanzati in quanto tali, ma più per diffidenza verso il “sistema” che sanno e sentono estremamente instabile, irrazionale e antiscientifico nella misura in cui, e la cronaca in questi ultimi8 anni lo insegna, le forza produttive (sia economiche che morali) non si sono sviluppate quanto il grado di perfezione raggiunto dalla tecnica avrebbe consentito. Ingenti “forze” esistenti rimangono inutilizzate o vengono dissipate nel diabolico sforzo di usare  le nuove potenzialità offerte dalla scienza, dalla tecnica e dall’arte per conseguire i “vecchi scopi”, conservare i “vecchi privilegi” e i consunti rapporti fra le classi, in uno spreco che ha già iniziato, con virulenza inaudita, a rivoltarsi contro gli uomini.
Dal museo alla vita
Dal museo alla vita attraverso la presa di coscienza e la riscoperta consapevole della propria innocenza; identità, civiltà, mistero. Gli abitanti di “Isola” hanno allestito lo scorso anno una esposizione di attrezzature agricole tradizionali che essi, dall’avvento della ruspa, avevano quasi dimenticato, in un abbandono fiducioso alla “redentivi” forza delle macchine, diventandone sempre più dipendenti. Tanto che oggi anche il più modesto coltivatore è legato ai complessi giochi economici e politici internazionali,sui quali ovviamente non ha alcun potere; se non gli arriva la nafta non può seminare, e se gli aumentano ancora i concimi non li può comperare e se non li spande il grano non cresce. Quella mostra – museo fu il primo atto di una scelta i cui termini si sarebbero fatti in seguito più chiari. Quest’anno infatti l’esposizione è stata recuperata; ma gli strumenti e gli attrezzi esposti sono belli, senza polvere, lucidati dall’usa e dal sudore; molti sono “nuovi” come i silenziosi telai che producono tele magnifiche, bibliche … Certo il museo è stato superato, si è raggiunta la vita.

Tener duro
I contadini, gli “intellettuali” e gli uomini di cultura che abitano ad isola del Piano o che sono lì con il cuore, hanno deciso, oltre il fatalistico “tirare a campare”, di “tenere duro”, di “resistere”. Se necessario, rimarranno “Isolati”, cercando con le loro sole forze di “sopravvivere” e “vincere” le prove “Visione” assolutamente non passatistica o immobile, nutrita dalla stessa comprensione del mondo, mutevole, faticosa e mai finita che è presupposto unico di ogni possibile scienza, arte ed altra autentica umana attività …

Un’isola come un’arca?
Qui ad “Isola” non si illudono, se non dell’illusione più “grande” : l’assenza di ogni illusione. Sanno infatti, che la radicalizzazione di ogni male sulla terra prelude ad una possibile nemesi che verrebbe a cancellare tutto e tutti, senza distinzione. Questo è il problema. Ma sanno anche che “l’universo” è soluzione (oltre ch fine) a se stesso. Ed è questo un discorso che vale per gli individui e per la società. Forse l’attuale è un momento drammatico, ma proprio per questo è uno dei più straordinari periodi della storia degli uomini: finalmente! O ci svegliamo agli autentici valori dell’umanità e del presente, o dobbiamo rassegnarci a scomparire.