UNA GRANDE FOLLA PER LA BIO-PASTA

Il Resto del Carlino

Giancarlo Di Ludovico

mercoledì 1 febbraio 1989

Urbino – Domenica la strada che porta al Monastero di montebello sull’alta Cesana faceva venire in mente i pellegrini ed i fedeli che si recavano a pregare sulla tomba di Pietro l’Eremita e a partecipare alle solenni cerimonie dei frati Girolomini: solo che al posto di asini e muli, centinaia di macchine si inerpicavano lungo i tornanti della strada, e tanta gente tutta insieme a Montebello non se ne era mai vista dai tempi d’oro del Monastero. E tutto per partecipare alla inaugurazione del pastificio dell’Alce Nero e testimoniare simpatia ad un gruppo di giovani che ha voluto riportare la vita su queste sperdute colline della Cesane che più e prima di altre avevano sopportato l’abbandono e la decadenza.” Non siamo venuti qui solo per fare dell’agricoltura biologica – ha spiegato Gino Girolomoni – ma per portare avanti un progetto di organizzazione di un territorio troppo sbrigativamente scartato: la nostra è una proposta per tutte le zone agricole collinari e montane del Paese”. Il pastificio è soltanto una tappa della lunga “marcia” dei giovani dell’Alce Nero verso una nuova (ma anche antica) frontiera di civiltà: esso si aggiunge a due milioni a pietra, alla stalla sociale, al ripristino del monastero, ma precede l’entrata in funzione di un grande generatore eolico, l’ampliamento dell’allevamento del bestiame (un capo a ettaro, secondo la tradizione), la costruzione di un villaggio per i lavoratori (per riportare in loco almeno lo stesso numero di persone che c’erano al tempo della civiltà contadina), la realizzazione di una struttura agrituristica.
Ed ancora, la ricerca: anzi una parte dei soldi destinati alla promozione saranno utilizzati per far conoscere i risultati degli studi che vengono portati avanti ai vari livelli; quindi pianificazione dell’attività del consorzio tra cooperative biologiche, collaborazione con il Centro di agricoltura biologica, attesa della nuova legge in materia di coltivazioni tradizionali. “Qui – spiega Paolini – c’è un controllo pieno della produzione dalla semina alla vendita diretta nei negozi: l’acqua è di una nostra sorgente e nell’arco di una giornata il grano diventa farina e poi pasta (8 ore dura il ciclo di lavorazione) che viene essiccata a 45 gradi, cioè a bassa temperatura affinchè gli enzimi possano continuare a vivere”. Compiacimento è stato espresso dal vicepresidente della Regione Venarucci e dal consigliere Bernardini, ed è venuta fuori anche l’idea di creare dei corsi professionali sull’agricoltura biologica.
Ma il consenso più significativo è venuto dalla gran folla presente giunta anche dal Piemonte, dal veneto e dalla Germania: a tutti è stato facile apprezzare la degustazione di prodotti biologici, grazie anche alla sapiente abilità di Franco, il noto “chef de cuisine” urbinate. Naturalmente c’è anche un buon buisiness anche se con la quota dello 0,4 per cento l’agricoltura biologica è ancora una piccola parte del grande mercato alimentare forte dei suoi 140.000 miliardi di fatturato.