TRECENTO ETTARI COLTIVATI BIOLOGICAMENTE FARINE INTEGRALI, PASTE SPECIALI

il Manifesto

Alberto Ferrigolo

martedì 16 dicembre 1986

Alce Nero, la tribù dei pizzoccheri e dei fusilli

L’Isola del Piano un piccolo paese dell’Appennino marchigiano, 670 anime, a metà strada tra Urbino e Fossombrone, un’economia quasi elusivamente agricola e contadina. Sorge al centro di una landa verde che arriva quasi al mare Adriatico. Tra scenari francescani è racchiuso uno di più affascinanti segreti dell’agricoltura. Un segreto di nome “Alce Nero”, cooperativa agricola dalle origini singolari che ha la sua sede nel vecchio monastero di Montebello, eretto nel ‘300 dal figlio del duca di Pisa, Pietro Gambacorta, il quale, abbandonati i fasti della corte del padre, fondò la congregazione dei “poveri eremiti di San Girolamo”.
In quel monastero, in parte ricostruito, in parte ancora cadente, oltre agli uffici c’è l’abitazione del fondatore di “Alce Nero”, Gino Girolomoni, quarant’anni, cattolico, lunga esperienza di vita, molti lavori alle spalle, forte impegno sociale e politico in qualità di sindaco del paese, dal ’70 all’ 80, eletto come indipendente nella lista comunista locale, Girolomoni è anche l’artefice di un’esperienza amministrativa unica di cattolici indipendenti, che, rotto il legame con la Dc e accettata la collaborazione del Pci, tentano di arginare il degrado economico del luogo. Attorno al ’77 avviene la svolta; Girolomoni e il suo gruppo tentano la vita di un’agricoltura diversa e dell’azienda a tutti gli effetti. Accanto al monastero, nasce la stalla con un’ottantina di mucche, qualche magazzino, un fienile, si acquistano 4 trattori, s’avvia la macina del grano (un mulino in pietra), si apre un negozio per la vendita diretta dei prodotti nel cuore di Urbino. Con 400 milioni, raggranellati con prestiti a tassi agevolati, si acquistano anche alcuni terreni abbandonati ormai da 30 anni e si parte. Per dove? Per seminare e coltivare il grano da cui produrre farina e paste integrali. I soci di “Alce Nero” riversano nella cooperativa sia le produzioni dei propri poderi che la manodopera e vengono retribuiti con prezzi e tariffe stabilite da loro stessi nell’assemblea generale.
I primi cento ettari, lavorati col sistema della rotazione delle colture, e concimati col letame e composti organici, cominciano a dare frutti e primi raccolti. Ora “Alce Nero” è una realtà produttiva di 350 ettari, che dall’85 ha dato un fatturato di quasi un miliardo e mezzo di lire; ma è anche un marchio che oggi può contare su una rete di distribuzione dei propri prodotti di circa mille punti vendita in Italia e 400 all’estero, tra Germania, Olanda, Svizzera e tra poco anche in Arabia Saudita. Negozi dove si possono acquistare tutti i tipi di pasta di grano duro (spaghetti, fettuccine, maccheroni, penne, fusilli, anellini, tubetti) o di impasti speciali (corallini d’orzo, canacce di segale, spaghetti integrali di farro – il grano degli antichi romani – nidi di Urbino al miglio, i famosi Pizzoccheri della Valtellina prodotti col grano saraceno che cresce anche nelle terre di Isola del Piano); e poi, ancora, farine di ogni genere, cereali, fiocchi, vini bianchi e rossi (Bianchello del Metauro, Montepulciano e Sangiovese), crusca, biscotti, salse di pomodoro, marmellate.
Il segreto di “Alce Nero”, lo spiega Daniele Garotta, 29 anni, in cooperativa sin dall’inizio è: “Rispettare i cicli biologici della natura, che non significa solo non usare prodotti chimici. Un ciclo biologico dura sei anni e solo due  il terreno viene coltivato a grano.
Nell’intervallo si semina avena, orzo, erba medica, necessaria a immettere azoto nella terra.
Ma per produrre farine, pasta, pane, biscotti il vero segreto è nel modo di trattare il chicco di grano. Il mulino ha in questo una grande importanza. Quelli di “alce Nero” usano un vecchi mulino in pietra, a differenza del mulino “a cilindri”, non rompe il chicco in tante parti ma lo strofina, in modo che tutte le sue proprietà e la fragranza rimangono inalterate.
Le fortune e la notorietà dei prodotti con il marchio “Alce Nero”, oltre alla indiscutibile qualità, sono dovute in particolare alla catena distributiva che negli ultimi anni s’è davvero stesa a macchia d’olio.
“All’origine della nostra attività vendevamo solo ad Urbino, nell’unico negozio in nostro possesso – afferma Daniele Carota – A quei tempi la linea dei prodotti biologici aveva davvero pochi estimatori, sia tra i consumatori che tra i venditori. Per lo più gente che aveva fatto una scelta alimentare quasi ideologica, !militante”. era così anche nel campo dei ristoranti macrobiotici. La linea dura dell’alimentazione”. E oggi? “Oggi non è più così – risponde Carota – Alcuni ristoranti sono diventati più permissivi e i negozi naturisti si sono trasformati in maggioranza in vere e proprie boutiques dell’alimento, luoghi d’èlite per clientela alla moda. E comunque c’è chi dice che il pane integrale o biologico costa troppo.
Dal punto-vendita di Urbino alla rete estesasi in Europa. Non è stato un passo facile, ma i contatti, un po’ alla volta, sono venuti. Soprattutto per via amicale. “In Olanda, ad esempio – racconta ora Gino Girolomoni – i contatti con i negozi si sono avuti grazie all’interessamento di un amico che lavora presso il laboratorio di analisi dei terreni e degli alimenti cui noi ricorrevamo. Lui ci disse: “Perché non provate a vendere i vostri prodotti anche qui da noi? Ho degli amici che potrebbero aiutarvi” Partimmo per l’Olanda. Più o meno è andata così anche per Germania e Svizzera.