TANTI CALICI PROSCIUGATI PER IL GRANO DEL FARAONE

IL TEMPO

Ruggero Marino

Martedì 3 Giugno 1980

Sui colli malatestiani fra vini e civilta’ contadina

Dal nostro inviato speciale
Gabicce, 2 giugno
I tedeschi già qua, puntuali come rondini, sono di un insolito biancore infreddolito. Indecisi se battere i denti col costume o se rinnegare il “paese do sole” con giacca a vento e piadina bollente.
Il cielo imperversa l’unico argine all’acqua non resta che la lacrima di vino. Come fanno ogni anno i convegnisti degli Enohappy Clubs che, sparsi in tutt’Italia, si sono dati il rituale appuntamento sotto i merli di Gradara. La filosofia corrente è quella di armonizzare la vita con la vite. Difondere il buon vino italiano con l’arma della cultura, difendere i produttori del buon vino, quelli piccoloi e medi, gelosi sacerdoti di vendemmie ed imbottigliamenti che rispettino le regole della natura, senza particolari interventi, che non siano quelli suggeriti da una sana fantasia enologica. Come natura crea l’enohobbista conserva. Allevando di annata irripetibili prodotti, mille assaggi lontani dall’uniformità standardizzata, inseguita dalle industria e da quelle etichette affermate che più che fare buon bere, fanno soprattutto ditta.
E l’anno concluso è stato di quelli da non dimenticare con una raccolta che, come accade solo in casi rari, ha sposato, in alcolico connubio, quantità e qualità.
Il 1979 come buon investimento? “Ma non al punto - precisa Franco Tomassoli, che è il padre spirituale di una congrega che ha assunto il nome di “comunanza” – da custodire il prodotto nel miraggio di chissà quali guadagni domani. La moda delle aste è un fenomeno appariscente, ma ingannevole. Le cantine sono inflazionate e la maggior parte dei vini comincia fin dal primo anno a scendere la china. Alla lunga distanza resistono solo quelli a grande acidità, ma sono pochi. Certo può darsi il caso di “primizie” secolari ancora in grado di solleticare il palato. Si tratta di casi eccezionali”.
Sono arrivati fino al litorale adriatico aderendo ad un ralle da perfezionare lungo il percorso, fra timbri presso i Clubs confratelli e bicchierate a prova di palloncino. Continuano a scorazzare sui colli malatestiani alla ricerca di cibi genuini, frutta o di quella civiltà contadina che ha sempre saputo abbinare le generose libagioni con il piatto adatto. Ne scaturiscono certosini studi su pietanze sparite. Come quelle che Delio Bischi ha condensato in un volumetto, che rientra nell’attività culturale della “Comunanza”. In cui si condensano le esperienze culinarie di tre valli fra polentone alla carbonara, dolcetti dal nome equivoco (“strunzolini”) e “tagliolini con la bomba” per via dello strutto e del soffritto che scende nell’acqua in ebollizione della pentola. “Non si sa per quale motivo - si legge – è un piatto che veniva mangiato bollente: forse, con la fame che avevano in corpo, speravano di prenderne ancora prima degli altri e prima che finissero. Si dice che i ragazzi allora avessero sempre il naso spellato, perché affamati e per poterne mangiare un secondo piatto, mangiavano col “risucchio” e talmente in fretta, che i tagliolini nello svincolarsi dal piatto, sbattevano bollenti sul naso, producendo delle scottature che difficilmente riuscivano a guarire, perché il piatto in parola veniva mangiato quasi tutti i giorni, e quindi le ferite non facevano in tempo a rimarginare”.
Più profonde le ferite di quella “realtà contadina” che Gino Girolomoni, sindaco di Isola del Piano, cerca di rimarginare con l’attività della cooperativa “Alce nero di Montebello”. Già il nome indica una scelta alternativa e precisa, in un eremitaggio dove con fede da ayatollah (con qualche fede proselita) si ostina a coltivare come si usava prima che tecnologia e fuga dal contado verso la città stravolgessero i campi. La sua attività è naturalmente ridotta, ma le teorie sufficienti a fare storcere il naso alla grande industria che, vedendosi condannare alla messa all’indice, fa piovere in sua difesa denunce, alla luce di una legislazione che incrimina chi cura la terra secondo dettami antichi. E così “L’Alce Nero” si vede costretta ad esaudire richieste che vengono dall’Olanda, dato che in Italia, il contadino già osteggiato, finisce per essere ulteriormente emarginato. Proprio quando polli, conigli e verdure, annaffiate come si conviene, ritrovano un gusto che fa sbandare anche la tavolata degli snobisti, raccolti in un vecchio convento abbandonato, ristrutturato dalla cooperativa. Non manca che la grappa per dare la stura al lancio del pane ed alle uscite goliardiche con immancabili barzellette “Ricordatevi colleghi, non siamo ubriaconi, siamo solo bevitori”: Un convivio di successo, all’insegna del trionfo dell’ecologia, anche se qualcuno nutre qualche dubbio su un futuro banchetto archeologico. Perché laggiù, sul crinale della collina, spunta il grano, alcune spighe sono più alte delle altre. “È un esperimento eccezionale - spiega Girolomoni – sono semenze inviate da un amico e trovate nella tomba di un antico faraone”.
L’ultimo atto è il ritorno a Bacco fra “vestimenta”, toghe, collari e pergamene da consegnare ai neofiti fra calici librari. A fare da padrino è stato chiamato Arnoldo Foà, che ha debuttato con poche parole: “Io sono astemio”. Mentre dal cielo scendeva una saetta, una voce più dolce e decisa della sua ha commentato come un epigrafe: “Ma astemio da qui non se ne andrà”.