RITORNO IN COLLINA

Arturo
di Vittorio Emiliani*
19 dicembre 2012

Il 12 febbraio 1554 Michelangelo incarica un aiutante di comprare tre poderi con pascolo vicino a Urbino per poter avere tutte le prelibate “casciotte” di cui sono ghiotti lui e gli amici suoi. Lo testimonia un grande studioso della ruralità: Corrado Barberis. All’epoca molti italiani abitano in collina. In pianura sovente c’è la malaria, passano guerre ed eserciti. Poi, dopo l’ultima guerra, dalle terre alte comincia un esodo biblico. Ora la fuga dei montanari si è fermata, tranne che nel sud, e la collina si sta ripopolando in modo intenso: fra 2001 e 2010 i residenti in collina sono aumentati di 1 milione e 300 mila unità, col picco di 588 mila in più soltanto fra Marche, Umbria, Toscana e Lazio. I Comuni marchigiani, in verità, sono tutti classificati di collina o di montagna. La popolazione – tranne che sulla costa – risulta ben distribuita fra città, cittadine, borghi e campagna a coltivo, a bosco, a pascolo. Tanto che i fondi pensione americani la consigliano come: l’Italia dove si vive meglio.

Anni fa un “modello marchigiano” fu teorizzato da economisti importanti come Giorgio Fuà, consigliere di Enrico Mattei. Se scendiamo nella Marca più a nord, nell’urbinate, vediamo che quasi tutti i comuni collinari incrementano, di poco o di molto, la popolazione. Tornano a crescere nel Montefeltro, tanto Carpegna (eccellenti prosciutti di montagna e caciotte di pecora) quanto Macerata Feltria. Attorno alle rocche uattrocentesche, Sassocorvaro e Mondavio. La stessa Cartoceto, famosa per l’olio d’oliva, sulla collina che digrada verso Fano. Crescono Acqualagna, ormai rinomata quanto Alba per il tartufo bianco, e la patria dei raffaelleschi fratelli Zuccari, Sant’Angelo in Vado, lungo la valle del fiume che dà il nome ad un fresco bianco doc, il Bianchello del Metauro. Al pari di Cagli, il comune più popoloso di queste valli, che sfiora ormai i 9.200 residenti e della ducale Urbania (la Casteldurante delle ceramiche), entrambe note per le rocche, palazzi, “delizie”. Come il Barco del Duca nella campagna urbaniese. Crescono addirittura in maniera prepotente centri collinari alle spalle di Pesaro, industriale e artigiana: Colbordolo nell’ultimo quarantennio ha raddoppiato gli abitanti superando i 6.200.

Un’economia che integra agricoltura di qualità, agriturismo, artigianato, piccola industria, pendolarismo e che nella crisi ha più ammortizzatori. Qui sono nati alcuni pionieri dell’agricoltura biologica italiana. In primo luogo Gino Girolomoni, di Isola del Piano, presso Urbino, scomparso pochi mesi fa, il quale, tornato dalla Svizzera, partì negli anni ’70 con le prime produzioni bio, col frumento e i suoi derivati. I terreni collinari abbandonati per decenni, erano immuni dalla chimica, adatti pertanto alla bio-agricoltura: grano e farro, viti e olivi, alberi da frutto, erbe officinali utilissime in campo alimentare e farmacologico, e pascoli sui quali sono tornate soprattutto le pecore, vere colonne, col maiale, della zootecnia appenninica. La collina offre l’habitat migliore per i prodotti più qualificati: vini, olii, formaggi, salumi, insaccati, col recupero di vitigni autoctoni e di antiche razze suine- la Cinta Senese o la Mora Romagnola – o vaccine come la Reggiana-Varzese il cui latte dà un parmigiano reggiano strepitoso. Ma il ripopolamento collinare non è soltanto frutto di questa ripresa agricola, biologica e tipizzata. È frutto di agriturismo, artigianato, manifatture e della possibilità per i giovani di fruire normalmente, da soli o associati, del telelavoro e di fare ogni giorno i “pendolari”, scongiurando così nuove emigrazioni verso le aree metropolitane. Dove si sta certamente peggio.

*Giornalista e scrittore, esperto di beni culturali e di paesaggio