PRIMAVERA ITALIANA IN GIAPPONE

Volando sopra il Kazakistan. 7 marzo 2007
Penso a questi uccelli di ferro su cui mi trovo che non perdono mai l’orientamento come sempre più spesso capita ai loro “compagni” con le piume a causa dell’inquinamento elettromagnetico. Leggo su L’ECOLOGIST italiano Jacques Ellul che se la prende con i colonizzatori dello spazio: “Non avete ancora capito che ogni colonizzazione causa un duplice disastro, quello del colonizzato e quello del colonizzatore? Non vi dicono niente le esperienze della storia? Quando c’è stata una colonizzazione felice? In realtà sappiamo trattarsi di un fenomenale macchinario bellico. Ecco il senso delle fabbriche nello spazio e dei satelliti delle comunicazioni. Tutto votato alla guerra. Ritornate invece sulla terra e lavorate per renderla umana e vivibile. La terra è il nostro solo luogo. Da mezzo millennio a questa parte l’ingegno dell’uomo si è orientato verso la conquista, lo sfruttamento, la grandezza, mentre la sua vocazione era l’armonia. Abbiamo cominciato a distruggere per avere sempre di più. Accumulare beni e distruggere tutto, perdendoli. Stiamo smembrando il giardino e presto la nostra terra non sarà altro che un mucchio di ossa senza vita. Le ultime tracce dell’Eden stanno sparendo”.

Tokyo, 8 marzo
Mezza giornata di riposo. Riprendo a leggere “Il ritorno dei Contadini” di Silvia Perez-Vitoria. “La concezione dominante della civiltà esigeva il sacrificio dell’uomo delle campagne e nessuno si interessava a questo crimine commesso contro i contadini di varie parti del mondo. Anzi era considerato un beneficio. Questi uomini e queste donne delle campagne d’America, d’Asia, d’Africa, d’Europa si sono però incamminati. Tornano e le loro parole ci svegliano. Ci ricordano quello che abbiamo perso uccidendo le civiltà contadine, mentre credevamo di averci ampiamente guadagnato.” Tra gli assassini di queste civiltà, dopo i padri dell’Illuminismo Silvia Perez ricorda Karl Marx che considerava i contadini tutti uguali come le patate nei sacchi. Ma questi crimini non sono finiti: in Cina il “PROGRESSO” pretende l’esodo forzato di trecento milioni di contadini.
Sante Bagnoli, l’editore di Jaca Book di Milano mi ha proposto la scrittrice spagnola per un prossimo premio Farmers’ Friend. Il consiglio è buono e darà il suo frutto.

Ginza, ristorante Dorobushi, 9 marzo
Ricevimento di quaranta giornalisti e nel pomeriggio della rete vendita di Sokensha.
Prima dell’apparizione ufficiale regaliamo a Yasushi Nakamura il montebello d’oro da mettere all’occhiello della giacca e io e lui siamo i primi a sfoggiarlo.
Ecco il mio discorso tradotto da Hiroko Kyroki che era stata l’interprete anche nel primo viaggio:
“La mia storia col Giappone comincia nel 1991, quando un amico, Eo Bocci, che girava il mondo per l’alta moda italiana mi propose di portare la nostra pasta al Foodex di quell’anno. L’amico della fiera mi riportò i cataloghi dei più importanti pastifici italiani che raccontavano la propria storia puntando soprattutto sul capostipite fondatore, “da cinquant’anni, da ottanta produciamo pasta.” Ispirato da quei messaggi io feci il catalogo della cooperativa partendo dai miei antenati che non facevano la pasta, ma piantavano il grano da almeno tre secoli! Lì non nacque nessun accordo, ma evidentemente un vostro conterraneo a cui non sfuggiva nemmeno il volo di una rondine si tenne un nostro biglietto da visita e ci cercò dopo un anno. Attraverso il nostro distributore di allora inviammo i primi prodotti per un paio di anni, fin quando nel 1994 nacque l’accordo con Nichifutsu che mi invitò a Tokyo nel maggio 2004 per festeggiare il successo maturato nei primi dieci anni. Il 2004 è anche l’anno della separazione con il nostro socio italiano con cui detenevamo il 50 per cento della società Mediterrabio e per evitare un processo civile che in Italia sarebbe potuto durare anche 15 anni siamo usciti dalla società nella quale avevamo conferito il cavallino nero lancia in resta”, il nostro marchio. (Mai fare società al 50 per cento!). Ci dividevano le idee sul biologico, noi siamo molto esigenti. Invece con l’importatore giapponese Nichifutsu i rapporti sono sempre stati cordiali e amichevoli e proficui e ci è dispiaciuto abbiano scelto di continuare la collaborazione con il nostro ex socio anche per continuare a distribuire lo stesso marchio che erano riusciti a diffondere con successo. Non era scontato, però, il nostro cliente svizzero Claro ci ha seguito e nei 600 punti vendita della Svizzera ha sostituito il cavallino con il nostro nuovo marchio. Ma “non tutti i mali vengono per nuocere” e io ho molti angeli nel cielo che mi guidano, e li ascolto quasi sempre: la pubblicazione del libro “Alce Nero Grida” in giapponese da parte dell’editore Je-No-Hicari mi ha fatto conoscere ad un pubblico qualificato, una ventina dei quali mi sono venuti a trovare in Italia e che alcuni di loro li rivedrò in questi giorni con grande piacere. Tra loro anche gli inviati di Sokensha che vennero a cercarci al SANA di Bologna a settembre e ci hanno trovati. Un mese dopo ci incontrammo in Italia con tutte le società del gruppo coinvolte nel progetto ed è nato l’accordo in tempi brevissimi perché abbiamo scoperto una storia e un percorso comune che ci hanno convinti a lavorare insieme . In quattro mesi siamo già qui insieme a presentare i primi prodotti di una serie più ampia.
Chi è quello che vi parla?
Lo scorso anno ho festeggiato i 60 anni e i miei amici mi hanno rilasciato il diploma di Patriarca per il quale ho fatto l’apprendista per 40 anni. Vivo in un monastero del Trecento che volevo ricostruire e il motivo per cui sono andato a vivere in quell’area è questo e non per fare l’agricoltura biologica, la quale arriva, ma dopo, non è il motivo principale delle mie scelte. Agricoltura biologica vuol dire produrre cibi sani, non avvelenare terra, aria, acqua. Vuol dire allevare animali in modo naturale, senza farli soffrire e senza forzare i cicli naturali. (Un pulcino per diventare tre chili ha bisogno di cinque mesi e non 35 giorni). La mia idea di biologico non è un modo più ecologico di coltivare la terra, ma è uno stile di vita che rispetta la natura, il cibo, che costruisce con la bio-edilizia e i metodi della tradizione, che si cura con le medicine dolci che pensa alle fonti di energia rinnovabile. Oggi la tendenza è quella di comprare e vendere un prodotto che ha qualche centesimo di valore aggiunto in più, ma io non seguo questa strada. Quando compro e vendo quello che mi serve penso prima a chi ho davanti, alla sua serietà, al suo senso dell’onore, al suo pensiero, ai rapporti umani che se sono di qualità ci aiutano a vivere meglio e ci fanno soffrire di meno. Non dimentico mai la dedica che fece nel Quattrocento il mio duca Federico da Montefeltro al suo maestro: “Al mio santo maestro Vittorino da Feltre che mi ha insegnato la dignità di vivere”.
Perché sono qui?
Ufficialmente per presentare con Sokensha il nostro nuovo progetto insieme, la distribuzione in Giappone dei cibi biologici che produciamo in Italia e per sostenere e difendere un biologico che abbia anche un’anima e non solo un prezzo e dei requisiti minimi. Ma per questo bastava Gianluca Bettarelli, il direttore della cooperativa Alce Nero, e i miei figli che sono giovani e amano viaggiare su lunghe distanze. Per me fare 10.000 chilometri è una tortura e a Pasqua dovrò rinunciare alla spedizione archeologica in un deserto di Israele che si trova a tre ore di aereo da dove abito io e che compio da vent’anni e che mi affascina più di una donna bella. Il vero motivo per cui io sono qui è che nel mio viaggio precedente è cominciato un dialogo con molti abitanti di questo paese che hanno preso sul serio le mie riflessioni sul senso della vita, sugli usi e costumi quotidiani, su cosa mangiare e come e cosa fare nelle campagne, se si possano produrre cibi puri su larga scala. Per continuare questo dialogo una ventina di voi hanno fatto 20.000 chilometri e mi sono venuti a trovare, un editore ha tradotto e pubblicato Alce Nero Grida. Ecco perché sono qui, per continuare un dialogo con un paese che si chiede come si possa fare per inquinare di meno, per mangiare meglio, per ridurre il ritmo frenetico delle nostre giornate, per mettere in discussione un’idea distorta di progresso e di tecnologia che ci hanno resi schiavi. E per dimostrarvi che ho preso sul serio questo dialogo ho dedicato tre mesi a organizzare un viaggio nell’Italia d’arte e biologica di otto giorni per visitare Alce Nero e Urbino, Piero della Francesca a Sansepolcro insieme a Roma e Firenze, mangiando sempre biologico con i sapori della cucina e della tradizione italiana. Io posso ospitare solo due o trecento persone all’anno, ma questo lo abbiamo fatto nei decenni precedenti con i nostri clienti Svizzeri e Tedeschi e ciò ha contribuito ad allacciare relazioni durature d’amicizia.”
Al termine le domande. Tra gli interventi un giornalista del Nikkei Marketing Journal mi mette alla prova con diverse domande per verificare se sono un vero agricoltore e avendo letto il mio libro si è accorto che attingo frequentemente alla Bibbia e mi chiede cosa mi viene in mente all’istante pensando a quel Libro. Gli rispondo Genesi 1, la creazione dove Dio dice che ciò che aveva operato era cosa buona, molto buona perché “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto che facciano sulla terra frutto con il seme, SECONDO LA PROPRIA SPECIE. E così avvenne, la terra produsse germogli erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie.” Mentre invece noi oggi mischiamo le specie perfino tra regni diversi, le piante con gli animali, gli animali con l’uomo e questa tragedia infame osiamo chiamarla Progresso.
Degustazioni di Masao Sakai con i nostri prodotti, le penne al tofu stagionato sono una delizia e il celebre cuoco sente il dovere di dire che osservando la cottura degli spaghetti Graziella Ra non gli era mai capitato di aver a che fare con una pasta così forte. E’ lo stesso concetto espresso alla televisione italiana da XY a proposito del grano: “Ma allora è come se avessimo a che fare con la forza di un antico gladiatore”. Qui si potrebbe dire “con un antico samurai”.

Kyoto, 10 marzo
Verso Kyoto con il velocissimo Shinkansen. Lungo tutto questo viaggio rare le campagne coltivate, ma si passa dalla città verticale a quelle più modeste orizzontali. Vediamo da lontano l’Akashi Ouhashi, il big bridge e passiamo sotto l’Himeji, il castello dell’Egretta, chiamato così perché il suo profilo assomiglia all’uccello che porta quel nome. Entriamo nel tempio straordinario di Kiyomizu-dera passando per le due guardie A e M, bocca chiusa e bocca aperta : guardandole penso che qui il concetto di bellezza non è certo quello di Piero della Francesca e Raffaello. Pranzo al celebre ristorante Samurai , piatti dalle composizioni eccellenti che dispiace guastare. Gustiamo l’udonzuki nella classica composizione Nabe Ryouri in cui troviamo cavolo cinese, germogli di bambù, formaggio di caseina di soia, pancetta, porro, pollo, merluzzo. E ancora germogli di colza, polpette di pesce, petto di anatra, tofu, polpette di riso cotte al vapore. Pomeriggio a visitare le piantagioni di thé nell’area di Uji. Non possiamo mancare di recarci a Tawara dove c’è il santuario del maestro che nel 700 ha sacralizzato il thè in questa contea Nagatani Soen, che era la sua casa. Alla fine della giornata sosta nella bella casa di Masahiro Takada per il rito del thè. Si comincia bruciando un po’ di foglie affinché tutta la stanza ne abbia l’aroma. Più che dai sapori sempre diversi ad ogni passaggio di bevanda sono ammirato dai gesti di Masahiro, come lo ero delle piantagioni ordinate che non avevo mai visto. Capisco come fosse importante prendere un thè in amicizia in questo modo, cosa esattamente opposta alle bevande orribili e piene di antiparassitari ed aromi artificiali che dalle nostre parti osiamo chiamare thè. Alla fine assaggio di Onijiri , il riso con il thè già usato per la bevanda. Gradevolissimo dono della bella signora Takada di un dolce a base di farina di grano e polvere di thè e cioccolato. Takada parla inglese e un paio di volte all’anno viene in Germania per fare corsi del rito del Thè: vorrei invitarlo anch’io per offrire una piacevole alternativa a qualche ora di abominevole televisione dei miei conterranei.

In viaggio per Hiroshima, 11 marzo
Quando mi sveglio a Uji Hanayashiki nel fiume Ukibuneen due anatre si pavoneggiano e si sbaciucchiano, si immergono davanti alla mia stanza e si sente solo il rumore dell’acqua che corre. Il salmo 62 dice che bisogna cercare Dio come si cerca chi si ama: “All’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne,come terra deserta, arida ,senz’acqua”. Così pregava Davide nel deserto di Giuda inseguito da Saul che lo voleva uccidere. Così noi dovremmo pensare a Dio, sempre. Ma quale Dio? Nella mia tradizione è lo stesso di Abramo, Isacco, Giacobbe. Oggi siamo in viaggio verso i luoghi di una delle più grandi tragedie del Novecento, dove spuntò per la prima volta quel gigantesco fungo maledetto che un monaco slavo aveva dipinto nella parete del suo monastero nell’VIII secolo dopo Cristo e che molti artisti giapponesi si erano ritrovati nei loro dipinti negli anni Trenta del Novecento come si può vedere nella Galleria d’arte moderna a Tokyo. Per prepararmi al pellegrinaggio mi sono portato le pagine di Vittorio Messori in cui racconta l’esperienza di un giovane spagnolo che quel mattino alle otto e un quarto del 6 agosto 1945 si trovava lì. “Ora sappiamo bene che cosa fosse quel puntino nero che si staccò da uno degli aerei e che giunto a qualche centinaio di metri dal suolo si trasformò in quello che un uomo, che stava in quel momento alla finestra sulle colline che circondano la città, descrisse – come il lampo di magnesio di una mostruosa macchina fotografica -. L’uomo sul davanzale era un giovane gesuita, Pedro Arrupe, medico, che diventerà per molti decenni il generale della Compagnia di Gesù. Anche il religioso con tutti quelli che stavano in quel convento fu sbattuto a terra. In città, le case che non erano state fuse dall’esplosione (71.000 morti all’istante) presero fuoco. Verso le 16 l’evaporazione prodotta dal gigantesco incendio in quella città ricca di canali si trasformò in una pioggia torrenziale. – Solo allora (racconterà padre Arrupe) ci fu possibile spezzare il cerchio di fuoco che isolava la città e penetrare all’interno dove, tra cumuli di cadaveri bruciacchiati, ci accolsero le urla di migliaia di gole arrochite. Una folla di ustionati aveva cercato un rimedio, purtroppo illusorio, nei canali che brulicavano di teste urlanti. Nella notte la marea dell’oceano sommerse tutti -. Arrupe, medico, capitanava il gruppetto di padri, fratelli, novizi gesuiti che potevano ancora reggersi in piedi. La relazione ufficiale giapponese parlerà con ammirazione di quel pugno di uomini intrepidi che, da quel pomeriggio fino all’alba seguente, furono praticamente i soli a dare soccorso, riuscendo persino a montare un improvvisato ospedaletto da campo. Per quel che restava di quel tragico 6 agosto e per tutta la notte seguente, in quel paese non cristiano (e che non aveva esitato a crocifiggere in massa gli autoctoni convertitisi al Vangelo assieme ai missionari che avevano portato loro “un bugiardo messaggio straniero”) in quella Hiroshima distrutta dunque, solo dei credenti in Gesù si aggiravano soccorrevoli nella terra dei morti e moribondi. Furono e sono spesso inadeguati questi cristiani, rispetto alle esigenze del messaggio in cui dicono di credere. Eppure malgrado tutto, la storia di carità cominciata in Palestina li trovava presenti, 1900 anni dopo, anche là dove il “mondo” inaugurava nuove inenarrabili sofferenze. Da Gerusalemme a Hiroshima: e chissà dove in futuro”. (Vittorio Messori, PENSARE LA STORIA, Edizioni Paoline, 1992).
Prima di metterci in viaggio ci affacciamo brevemente al Tempio dell’Uguaglianza di Byoudou dove le nostre guide ci dicono presenti scene del Paradiso e di Angeli.

Hiroshima Peace Memorial Museum
Alla stazione ci attende Masaki Mokutani presidente dell’Associazione All Japan Healt e Natural Food, fondata dal padre di Yasushi Nakamura. In pochi minuti si arriva al Gembaku Domu la camera della promozione industriale finita di erigere nel 1915 e che l’Unesco nel 1996 ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità, come monito. Questa rovina sormontata da una cupola di ferro piegata dall’esplosione sembra emergere come un gigante sulla città ricostruita. Davanti al monumento eretto dalle famiglie delle giovani vittime, studenti e soldati di leva, Tsuji estrae un foglietto illustrativo che ricorda i diecimila giovani morti nella guerra, di cui seimila morirono a Hiroshina . Tra il Peace Memorial Museum e il Gembaku Domu il famoso Mausoleo con la scritta :”Riposate in pace! Noi non ripeteremo lo stesso errore!” Noi chi? Gli Usa, la Russia, la Francia, l’Inghilterra, la Cina, Israele? Se questo noi vuol dire “Noi Giapponesi” mi sta bene ma se “noi” volesse dire anche i paesi suddetti rabbrividisco, non per la paura, ma per la violenza di una simile spudorata menzogna. Girando per il museo ho il respiro trattenuto e il cuore che batte irregolarmente per l’emozione. Tra le vittime anche prigionieri cinesi e coreani destinati ai lavori forzati. La bomba era costata due milioni di dollari. Una foto del 1938 ritrae Otto Hahn e Lise Meitner: che belle facce erano se non fossero macchiate dai preparativi di Los Alamos. In aprile gli americani scelsero 17 obbiettivi, a luglio erano ridotti a quattro, il 2 agosto scelsero Hiroshima e Nagasaki, una città per la bomba all’uranio e una città per quella al plutonio. Fino a quel momento i generali avevano dato l’ordine di preservare Hiroshima dai bombardamenti e fino a quel momento era una delle città più intatte. 6 agosto 1945, ore 8,15, l’Enola Gay (che nome stupido) fa il suo mestiere e sulla terra scende l’inferno. San Giovanni a Patmos aveva visto tutto: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia che parlava come un drago….Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini” (Apocalisse 13,13). “E gli uomini bruciarono per il terribile calore” (Ap 16,9). “Il terzo angelo suonò la tromba e vidi cadere dal cielo sulla terra una grande stella ardente come una torcia . Il nome della stella era Assenzio” (Ap, 8,10). Assenzio in ucraino si traduce Cernobyl. La bomba esplose a 600 metri di altezza. Era come un sole incandescente sopra la città da 300.000 gradi centigradi di temperatura. A cinquecento metri di distanza la forza di spostamento equivaleva a 19 tonnellate per metro quadro. La velocità del vento 400 metri al secondo. La nube era alta 12.000 metri. Tutto questo disastro fu provocato dalla fusione di un chilo di uranio. Ancora dopo tre ore dall’esplosione una nube immensa e mostruosa copriva il cielo. Un fotografo smarrito riuscì a fare soltanto 5 scatti in tutte quelle ore. Immagini di corpi straziati a cui cadevano brandelli di pelle. “Ho caldo mamma” gridava un bambino, ma nessuno sapeva che fare, dove andare. “Acqua, acqua”, molti morirono con quest’invocazione, senza capire, con un’angoscia inesprimibile. Tre quattromila bambini sopravvissero perché inviati in campagna per sfuggire ai bombardamenti, quando tornarono vagarono per mesi tra le macerie a cercare gli affetti bruciati. Una foto li mostra a lustrare le scarpe per le strade, anni dopo. Di Kazuo Nikawa a 1640 metri dal ponte rimane il suo orologio senza vetro con impressa l’ora dell’Apocalisse. La scalinata di una banca con impressa l’ombra di un uomo. Di quella vita rimase solo un’ombra. (Anche in Iraq durante la guerra per portare la democrazia e la pace un fotografo ha inviato immagini di ombre impresse nei muri. Evviva la pace!). Ci sono anche dei giocattoli di lamiera esposti, due elicotteri, un bus, un motoscafo: anche se i piccoli padroni fossero sopravissuti per loro il tempo dei giochi era finito. Vedo esposto il simbolo dell’Onu e i suoi messaggi, ma a cosa serve questo immane sperpero di tasse dei cittadini? È solo una foglia di fico per coprire la nudità di chi si è accorto di essere nudo. C’è una potenza mondiale dai comportamenti curiosi che stabilisce che l’Iran non può avere una bomba nucleare e Israele tutte quelle che vuole: chissà dove e da chi hanno ereditato queste equità e giustizie? Forse dal generale Custer che a Woundeed Knee massacrò donne e bambini indifesi per far parlare di se nell’ambizione di diventare presidente degli Stati Uniti? Catturato i guerrieri non vollero toccarlo e furono le donne e i bambini sopravvissuti a farlo fuori. Vedo i volti sorridenti di Stalin, Rooswelth e Churchill a Yalta: mi dispiace dirlo, ma qui dentro mi sembrate Eichmann, Mengele, Goebbels. L’ultima immagine del museo una pianta di Canna rispuntata in autunno dalle macerie di Hiroshima: il primo grido della natura che urla “Siamo costretti a continuare a vivere”.
Esco pieno d’angoscia (dentro il museo Tsuji aveva compreso il mio stato d’animo) con gli stessi sentimenti di quando uscii dal museo di Dakau. A Pompei le stesse immagini di corpi bruciati dalla lava incandescente, ma lì non era stato l’uomo.
Rientriamo a Tokyo in aereo . La prima lettura di questa domenica è Esodo 3,1-15: Mosè sul Sinai a cui appare Dio che gli dice: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarli”. Signore del cielo e della terra a noi quando verrai a liberarci poiché tutto il mondo è diventato l’Egitto del faraone?

Tokyo 12 marzo
“Un’economia delicata per una globalizzazione desiderabile” è questo il tema della conversazione concordata con un gruppo di agricoltori e consumatori biologici organizzata dal professor Toru Nakanishi e la sua signora Nobuko. Ci ritroviamo nella sala di una circoscrizione comunale e chiedo di mettere i tavoli in circolo e di presentarmi tutti i partecipanti, almeno nome, professione e provenienza. Qui non è mia intenzione riportare tutta la conversazione ma i punti essenziali di cosa intendo per “globalizzazione desiderabile”. E’ vero che le grandi distanze che facciamo fare alle merci, anche alimentari, sono un grande dispendio di energia e che quindi come sostiene Vandana Shiva sarebbe bene consumare i cibi nell’area in cui sono stati prodotti. Ma se ciò lo avessi fatto anche io sarei morto di fame perché intorno a me la gente non mangia cereali, farine e pasta biologica, ma quella industriale fatta con grani scadenti provenienti da ogni parte del mondo dove costa di meno. Quindi esistono nel mondo persone che la pensano nello stesso modo, sul senso della vita, su come spenderla, sugli usi e costumi quotidiani che rispettino uomini, piante, animali. Descrivo gli esempi dei buoni rapporti non solo commerciali che durano da decenni con Bob Breen negli Usa, con Joseph Wilhelm, in Germania con Monica Mazzocco in Svizzera, con gli amici di Biocoop in Francia. Quindi la “globalizzazione desiderabile” è quella delle idee che non hanno confini. Nel dibattito viene fuori anche il discorso del maggior prezzo dei cibi bio , già affrontato anche nell’incontro con i giornalisti, e qui in proposito ci tengo a dire che anche nei vestiti o nelle auto ci sono prodotti che valgono di più e altri che valgono di meno, quindi ciò esiste anche nei cibi, ma mentre per auto e moda siamo informatissimi nel cibo lo siamo molto meno. Ci tengo a precisare che il biologico non è una scelta che vale per i ricchi, ma per gli “informati” e ripeto l’esempio dell’inizio, quando mi venivano a cercare sì i ricchi , ma anche gli Yippies che con 2 euro e mezzo di cereali e legumi biologici sbarcavano il regime alimentare quotidiano. In questo discorso della globalizzazione desiderabile ho inserito anche la questione del turismo chiedendo ai presenti se non si fossero stancati,quando vanno in giro di essere soltanto un numero: grande risata collettiva perché era proprio il tema di un incontro precedente. Presento il progetto”Ospiti di uno stile di vita” il viaggio di otto giorni, che presenterò anche al Foodex, e che è caratterizzato da quattro giorni ospiti miei a Montebello e Urbino, poi Sansepolcro, Piero della Francesca e Firenze e Roma. Ospiti in agriturismi e pasti biologici. Cena prelibata nella casa di uno dei presenti e conoscenza più approfondita dei due bioagricoltori presenti, Tanno e Shimeda. Abbondanza di legumi coltivati dai presenti, spaghetti di grano saraceno, fiori di colza, Cammenbert di Okkaydo, involtini ripieni di tofu e verdure, ottimi vini giapponesi. Faccio avere a Tanno una manciata di grano varietà Senatore Cappelli e lui mi fa arrivare in albergo il grano nero del Tamil. Durante il viaggio di ritorno in albergo, i coniugi Nakanishi mi vogliono accompagnare insieme alla signora Noriko Goto, Hiroko Kuroki, sempre brava interprete in grado di comprendere anche le sfumature mi spiega che i guardiani del tempio di Kiyomizu-dera A e M rappresentano la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto giapponese come l’alfa e l’omega dell’alfabeto greco. Gli racconto la mia indignazione per il NOI del mausoleo di Hiroshima e mi comprende.

Foodex, 13 marzo
Inaugurazione della Fiera. Passando davanti allo stand un saluto del ministro De Castro, a Bologna in passato ci eravamo trovati intorno allo stesso tavolo al Sana e a Bari ho lavorato con suo fratello Fabrizio. Gli chiedo se a Roma mi concede un’intervista per Mediterraneo dossier e il suo addetto Stampa Andrea Armaro me la fissa per il 3 maggio. Al suo addetto alla sicurezza, Giorgio Storace, illustro brevemente il progetto “Ospiti di uno stile di vita”, commenta che per l’Italia è quella la strada, promuovere il turismo culturale. Penso tra me che non è un’impresa facile perché per promuovere la cultura bisogna possederla. Con Arturo alla conferenza stampa del ministro De Castro per presentare “Primavera Italiana” in Giappone, che prevederà nel corso dell’anno 320 meeting. L’ambasciatore Vattani Presidente dell’ICE illustra i dati tra i quali mi colpisce che in Giappone ci sono tremila ristoranti che propongono la cucina italiana.
Serata per festeggiare l’inizio dell’avventura con Yasushi Nakamura il grande capo di Sokenshua, Tsuj, Uccida, Xj, e l’angelo custode Arturo, in uno straordinario ristorante giapponese dove è eccellente tutto: cibi, bevande, cameriere, ambiente. Scambio di doni. Ricevo una penna stilografica dipinta a mano che mi rende felice.

Foodex, 14 marzo
Gli incontri nella fiera. Tsuji mi presenta la rete vendita di Sokensha. Intorno al tavolo discutiamo delle pretese del nostro ex socio di Bologna che si lamenta del nostro uso del nome Alce Nero, dimenticando che ci chiamiamo Cooperativa Alce Nero. Poi nei punti vendita troviamo la mia immagine e quella del monastero accanto ai loro prodotti che non hanno più nulla a che fare con noi. Come ho fatto nel 1999 a lasciarmi accalappiare da acchiappacani così fastidiosi? Incontro Makoto Natsume della Je-No-Hikari , la casa editrice che ha tradotto il mio libro. Hanno fatto una tiratura di 4.000 copie non ancora esaurita. In questi giorni, dai contatti avuti ho potuto appurare che la traduzione e troppo tecnica, da manuale e questo non è certo il mio stile.
Eiichi Tsutaya è il presentatore del libro, lo scopro qui a Tokyo. Sapendo di incontrarlo mi sono fatto tradurre da Arturo la sua presentazione e scopro che mi vede come un “filosofo attivo con molta energia” e conclude augurandosi che i semi da me piantati in Italia riescano a nascere anche in Giappone. Parliamo dei suoi progetti, tra i quali un libro per far conoscere gli italiani ai giapponesi con l’intento di italianizzare i giapponesi . “Non troppo però” gli dico, ci sarebbe una via di mezzo, un cittadino metà italiano e metà giapponese. Mi piacerebbe lavorare insieme a Tsutaya a un libro simile. Con Kyoko Atsumi, scrittrice e consulente editoriale esaminiamo quale possa essere l’editore giapponese del mio prossimo libro “Maccheroni acqua e farina”. Sokensha ci presenta Chris Choi che vuole esportare in Corea del sud la gamma di prodotti scelti dal Giappone, ma non nella stessa confezione perché mi dicono che i Coreani sono “allergici” ai giapponesi.
Un salto nello stand di Bruno Sebastianelli che ci offre un piatto della sua pasta, chissà perché mi ostino da vent’anni a considerarlo solo un amico e non anche un concorrente?

Tokyo 15 Marzo
Tsuji ci porta ad ascoltare musica in un piccolo locale che si chiama Panochè (È un soprannome di Cyranò di Bergerac). Ci sono solo una dozzina di posti e mentre ascolto la cantante accompagnata da un amico al pianoforte penso a questa città in cui mi trovo: Tokyo è grande come Marche, Umbria e un po’ di Lazio ed ha un numero di abitanti come Milano, Roma, Torino, Bologna, Ancona, Venezia, Bari, Napoli messi assieme. Un traffico che funziona, senza clacson impazziti e auto e camion pulitissimi. Su questo piano del palazzo in cui mi trovo ci sono tre locali come questo in cui si beve e ascolta musica, qui da fuori non si sente alcun rumore. È il senso civico dei giapponesi che mi colpisce, da noi se ne è persa traccia da tempo e i giovani non sanno più nemmeno cosa fosse.
In albergo trovo due pacchi per me: in uno ci sono quattro piantine di thè che mi ha fatto pervenire il maestro Masahiro Takada e che pianterò in Italia e in uno il grano del Tamil che mi ha inviato Tanno Kisaburo l’agricoltore bio di Nihonmatsu.
E’ l’ultima sera di questa nuova e importante avventura giapponese. Domani si riparte.

Sorvolando l’Alaska e la Siberia, 16 marzo
I due libri che mi accompagnano nelle 13 ore di volo sono “Il ritorno dei contadini” che termino di leggere e il Secondo libro dei Re dell’Antico Testamento. Per centinaia di anni anche i Re di Giuda e Israele, come i pagani da cui sono circondati, passano i loro figli per il fuoco, venerano Baal e i pali sacri. Tra il 716 e il 687 a.C. Ezechia re di Giuda abbattè le steli e fece a pezzi il serpente di bronzo eretto da Mosè e a cui gli Israeliti bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan. Ma come dopo duemila anni c’è ancora in Israele questo serpente di bronzo eretto da Mosè? Come Elia ed Eliseo anche Isaia è potente nella profezia. Prima che il grande profeta fosse uscito dal cortile centrale della corte il Signore gli ordinò di tornare da Ezechia per dirgli che aveva udito il suo pianto. Gli guarì l’ulcera maligna e aggiunse 15 anni alla sua vita. Il re non ci credeva a quelle parole e chiese una prova: la meridiana tornò indietro di 10 gradi. Non fa in tempo a morire Ezechia che Manasse (687-642 a.C.) ricostruì le alture , gli altari a Baal, il palo sacro. Servì la milizia del cielo, costruì altari agli dei perfino all’interno del Tempio. Fece passare suo figlio per il fuoco, praticò la divinazione e la magia, istituì la classe dei negromanti e degli indovini. Giosia , il figlio, invece seguì Davide. Nel Tempio si ritrova il Libro, lo leggono al re che commuovendosi si strappa le vesti e il Signore rinvia la sciagura sul suo popolo fin dopo la sua morte.