PERCHÈ IL PREMIO AD IBRAHIM ABOULEISH?Quest’anno il premio Montebello d’oro per “L’amico dei contadini” lo abbiamo dato a lui, Ibrahim Abouleish, un egiziano che interrompe la sua vita per ben due volte per scelte radicali. La prima volta a diciotto anni quando lasciando esterrefatto il padre prende una nave per Napoli e da lì in treno per Graz in Austria, dove si iscrive a Chimica. Il padre aveva avviato delle imprese redditizie che al primogenito avrebbero assicurato un avvenire di benestante e invece questo giovane segue il richiamo alla ricerca di non si sa che cosa, ma di sicuro sa che ciò che gli offriva il suo paese e la sua famiglia non era quello che voleva. E’ tutto lì l’essere giovani: non si sa cosa si vuole si sa soltanto che quello che si ha davanti non è quello. Sono anni di studi senza distrazioni, prima si impara la lingua con la sua cultura in cui c’erano anche Mozart, Bach e Goethe, poi si laurea in Chimica, poi in Medicina, poi si iscrive a filosofia. Poi conosce le opere di Rudolph Steiner, poi torna in Egitto da maturo, colto, dirigente di una casa farmaceutica importante a confrontarsi con la sua tradizione. Ha successo in Austria, si sposa, nascono i figli, potrebbe rimanere lì per sempre, ma sente il richiamo delle sue origini, della sua lingua, della sua gente, del suo Profeta. Lo aiuta il fatto che Nasser aveva nazionalizzato tutte le aziende più importanti e come in tutti i paesi socialisti lo Stato manda tutto a ramengo. L’aiuto consiste nel fatto che ora non si sentiva obbligato a portare avanti le industrie della famiglia perché non c’erano più. E ricambia vita tornando in Egitto ricordando il proposito di quando era partito:”Tornerò qui per cambiare la condizione del mio villaggio creando posti di lavoro e rendendo la vita più vivibile di quella che ho vissuto io da ragazzo.” Ma dove ? Da quando era partito con soltanto una valigia in quella nave fino a Napoli erano cambiate molte cose e molti anni, 22. Ora aveva una preparazione professionale e una cultura di notevoli dimensioni, infatti quando il presidente egiziano Sadat chiama a consulto gli egiziani che avevano avuto successo nel mondo per avere da loro suggerimenti su come far passare il paese dal Medioevo al rinascimento c’era anche Ibrahim. (I popoli non si rendono mai conto che potrebbe essere meglio rimanere nel Medioevo, perché poi è lì che tanto si ritorna: perché prima arriva il Rinascimento, poi la Restaurazione, poi le rivoluzioni, poi il Socialismo, poi tanto i ricchi si riprendono sempre tutto quello che gli pare). Contrariamente al suo proposito giovanile non può tornare al suo villaggio perché lì non c’era niente da comprare e per i suoi progetti non bastavano la casetta e gli orti dei nonni. Va dal Ministro dell’agricoltura che gli assegna un dirigente che lo accompagna a vedere dei pezzi di deserto che lo Stato poteva vendere, perché una cosa che in Egitto si trova in abbondanza è il deserto. Ne compra 70 ettari e lì a quarantanni comincia la sua rivoluzione. Oggi dopo trentanni ha dato casa e lavoro a duemila persone con la coltivazione del cotone, la sua lavorazione , con gli ortaggi, con le erbe officinali e con i farmaci che ci ricava. Una banca, un’università, un teatro, un centro di ricerca, ambulatori di cui usufruiscono cento persone al giorno. Un grande successo, indubitabile, ma per arrivarci, quante battaglie, quante sconfitte subite senza arrendersi mai. Un generale che gli vuole espropriare i terreni, gli Imam che gli urlano che Bach e Mozart sono emissari del diavolo, e lui paziente sia con il generale che con i preti del Profeta ai quali fa capire che Bach e Mozart aiutano a trovare la Grazia e non il Male e loro capiscono e lo abbracciano. Poi i vicini che danno i diserbanti con gli aerei e lui a testare i rimedi biodinamici per tre anni e con quei risultati convince le autorità a vietare gli aerei che spruzzano veleni anche sui cristiani e sui musulmani. E poi i debiti per le costruzioni, per le strade, per portare l’acqua, per le licenze. Nasce Sekem , un sogno realizzato nel deserto egiziano. E ora il protagonista è qui a Montebello con Martina Dinkel che insieme a Regina Hanel sono la sua mano sinistra e la mano destra, dice. Autorevole, sorriso vero, credente nel Profeta discendente di Abramo e Ismaele e di quel Dio che è anche il mio. Visitiamo il pastificio, e poi il monastero e poi ciò che resta della Chiesa e il mio proposito di poterla far essere luogo in cui possano pregare i tre popoli del Dio unico del Mediterraneo. “Da questa porta un musulmano non entrerebbe mai”, mi dice indicando l’ingresso principale esposto a sud. “Quello è il lato verso cui pregare. Andrebbe bene la porta laterale esposta a Est per entrare”. E va bene, ma non vorrei che mentre pregano mi girano le spalle all’altare per il quale ho pensato di attenermi alla prescrizione di Mosè. Si prospetta un compromesso che sarebbe nello spostare l’altare più verso il centro della Chiesa. Quali simboli? Non rappresentazioni umane, Ibrahim propone il quarto di Luna, ma io penso alla metà della luna perché è quella che abbiamo scoperto ad Har Karkom nella terra di Ismaele nel tumulo scavato nel 2000. La serata del premio è stata bella con 110 persone che sono venute per conoscerlo e il documentario su Sekem ha fatto capire a tutti la statura del personaggio che stavamo per premiare. Ibrahim ha gradito molto anche i canti rinascimentali del coro di Fossombrone. Il mattino dopo andiamo ad Urbino che Ibrahim non conosceva, né aveva collegato fosse la città di Raffaello. Il Palazzo del Duca lo affascina, come non potrebbe? Di fronte a tanti capolavori d’arte discutiamo se l’Islam e l’Ebraismo non abbiano perso qualcosa nei secoli passati con il divieto di rappresentare immagini della divinità. Abouleish sorride senza entrare nel merito della questione. Durante gli spostamenti riprendiamo il discorso dell’Esodo dall’Egitto del popolo ebraico, qualìè il secolo ? Gli parlo delle ipotesi Giuseppe Flavio, San Paolo, Manetone e Lisimaco che lo pongono tra il 1550 e il 1620 avanti Cristo. Quando cadono gli Hyksos. Ibrahim concorda con questo periodo. Mi informo se Kadesh Barnea che oggi si chiama Ein Kudeirat è zona militare oppure sia di libero accesso, perché nel mio prossimo viaggio in Egitto vorrei visitare il sito. “Ma non c’è niente” mi risponde Ibrahim. “Niente “ è un concetto molto discutibile… rispondo e il filosofo egiziano comprende e sorride. Dovrò prevedere un paio di giorni per recarmi nella località perché lì vicino c’è anche il Jebel Harif en Naka,(Il monte Peloso) in cui si insediò Esaù fratello di Giacobbe, a un giorno di cammino dal Deserto Paran dove invece viveva lo zio Ismaele, fratello di Isacco e figlio di Abramo. Parliamo di Abramo e Ibrahim mi avverte che quando lo andrò a trovare mi parlerà di lui e del suo soggiorno in Egitto. Poi poco prima di arrivare a Pesaro mentre stavamo ancora affrontando l’argomento dell’Esodo Abouleish mi cita il passo dell’Esodo “E venne un Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe” dicendomi che qui gli storici e i traduttori hanno commesso un errore tremendo : Faraone è un nome di persona, è il nome di quel re della XVII dinastia e non il titolo che indica tutti i re dell’Egitto. Questa informazione mi lascia esterrefatto: non sarebbe la prima volta che errori di interpretazione e di traduzione cambiano la storia. E’ come il Mare di Canne che diventa Mar Rosso o i Seicento capi che escono dall’Egitto che diventano Seicento mila. La questione mi fa pensare agli imperatori romani che dopo Giulio Cesare diventano tutti Cesare.
Nel salutarci Ibrahim dimostra ancora una volta di essere un vero personaggio: “Allora, mandami il listino della tua pasta perché la vorrei distribuire in Egitto, così ogni tanto ci vediamo e parliamo di tutte queste cose che ci interessano”. Uno si potrebbe vedere anche senza fare affari, ma chi è abituato a doversi occupare di dipendenti (nel suo caso 2.000) investimenti, finanziamenti, ministeri, strategie, programmi sa che è più facile incontrarsi con chi riguarda anche il tuo lavoro perché per il resto si rischia di non avere mai tempo.