PER CONSUMATORI CONSAPEVOLI

Tuv Sud Jornal
gennaio 2010

L’antico monastero di Montebello è il centro di un’impresa che da quasi quarant’anni ha scelto la produzione biologica e un diverso rapporto con la natura. Questo mercato pretende informazioni e qualità certificata, come ci spiega il fondatore della cooperativa Alce Nero, Gino Girolomoni.

La Vostra vicenda è certamente un po’ diversa da quella di una qualunque impresa agricola o industriale: quali sono le motivazioni,  qual è la storia attraverso la quale siete arrivati alla scelta, fortemente innovativa trent’anni fa, di una produzione biologica?

Intanto gli anni sono quasi 40, essendo l’avventura iniziata nel 1971, quando arrivai a Montebello con un contratto di comodato gratuito per tre anni. Ero attratto dal luogo e dalla sua storia di seicento anni. Ci portai i cavalli che tenevo da mio padre , una capra e un cane per essere costretto a venirci tutti i giorni perché sapevo che da giovani è facile che le idee possano cambiare.
Una ricerca sul perché i contadini se ne andavano dalle campagne che avevo promosso come sindaco convinse anche me di fare l’agricoltore per vivere  e, nel 1974, acquistai metà monastero con 60 ha di terra.
Poiché il progetto era quello di costruire un territorio rurale completamente colpito dall’esodo, confezionammo un “vestito” adatto allo scopo: la cooperativa appunto.

La vostra cooperativa si chiama Alce nero, perché in origine avete adottato questo nome?

Nel 1977 era in pieno corso la rivoluzione studentesca e tra le rivalutazioni che aveva fatto proprie c’era quella che riguardava i popoli nativi del continente americano. Un libro che trattava l’argomento fu “Alce Nero parla” che ebbe molto successo. Era la visione del mondo di un nativo americano Nicolas Alce Nero che raccontò i suoi pensieri allo scrittore americano John Neihardt. Noi tutti lo leggemmo e decidemmo che la cooperativa l’avremmo dedicata a lui perché volevamo inserirci nel luogo Montebello come vivevano loro prima  che la malvagia prepotenza dei bianchi li sconfisse: essere in sintonia perfetta con piante, animali e considerare la terra come nostra madre.

Oggi avete sviluppato un nuovo marchio, che si lega al monastero di Montebello e quindi al vostro rapporto con il territorio. Quanto conta questo legame in una produzione di agricoltura biologica?

Dal 2004 dopo che una sgradevole vicenda societaria ci ha privato del cavallino nero lancia in resta, abbiamo incaricato un grande esperto di comunicazione di Pesaro, Massimo Dolcini, di inventarci un nuovo simbolo.
È lui che ci ha fatto sposare l’idea di un quadrato magico arancione che è la pianta del monastero in cui ha origine la nostra storia con la scritta MONTEBELLO.
Direi che l’agricoltura biologica si sposa molto bene sia con i valori fondanti che con l’essere in sintonia con il territorio.
L’agricoltura biologica fin dal suo apparire nell’orizzonte dell’Europa ha avuto molto chiari due concetti fondamentali: il benessere degli animali allevati e la necessità di preservare e non avvelenare aria, acqua, suoli, cibi…

L’agricoltura biologica si rivolge a un mercato di consumatori esperti, consapevoli, che cercano qualcosa in più dai prodotti che acquistano. Come definirebbe quel “qualcosa in più”?

E’ vero che i consumatori di biologico sono informati, sanno riconoscere i cibi sani, senza conservanti, coloranti, aromi artificiali che per legge si possono chiamare naturali. Quel qualcosa in più lo chiamerei “stile di  vita”.

Prima di arrivare al prodotto, c’è un rapporto con la terra che è diverso. Sarebbe certamente di grande interesse per i nostri lettori capire quali sono tecnicamente le differenze tra l’agricoltura biologica e quella convenzionale. Ce le può illustrare, naturalmente in modo comprensibile ai “profani”?

Fin qui alcuni aspetti li abbiamo descritti, vediamo ora di ampliare il discorso e definirlo meglio.
L’agricoltura biologica è un  modo diverso di coltivare la terra e vivere in campagna. Non usa prodotti chimici di sintesi né nella coltivazione della terra, né nella conservazione né nella trasformazione. Non pratica la monocoltura ma la rotazione delle colture alternando quelle che consumano azoto e quelle che lo portano. Il terreno non deve essere sfruttato perché deve essere “in forma” anche per le generazioni future. “Mens sana in corpore sano” e anche frutto sano in campo sano.
Anche la grande distribuzione organizzata ormai da anni ha iniziato a veicolare questo genere di prodotti sui banchi dei supermercati. Ma i Vostri prodotti restano diversi da quelli industriali e li commercializzate prevalentemente attraverso una rete specializzata. Perché?

Noi riteniamo che la grande distribuzione, per come è organizzata, non sia adatta a vendere il biologico. Non sa niente, non può dare informazioni. Il consumatore bio ha bisogno di notizie, sul miglio, sul farro, sugli ingredienti, sui metodi di trasformazione. Solo nel negozio specializzato le riesce ad ottenere.  Nella GDO ci sono solo cassiere stanche nervose e disinformate.
Per garantire i consumatori “al di là di ogni ragionevole dubbio”, voi avete ottenuto sia la certificazione di sistema che quella di prodotto. Quali sono le regole che seguite per garantire che i Vostri prodotti siano assolutamente sicuri per la salute dei consumatori?

Intanto il biologico certifica i metodi di produzione praticati e poi per noi anche il sistema e il prodotto. Ogni anno facciamo analisi per una somma di 30.000 euro. Poi abbiamo scelto i soci e i controllori e dopo quarant’anni riteniamo di avere “naso”.
In ogni caso, la doppia certificazione sistema e prodotto è una scelta molto avanzata, cosa vi ha spinto a farla e quali sono i vantaggi che pensate di ricavarne?
La certificazione ISO 9001, presa nel 2001, è stata una scelta decisa per dare un’impostazione più “moderna” all’azienda in modo da passare da una cultura verbale ad una cultura organizzativa di regole documentate conosciute a tutti.
La decisione di certificarsi è nata sulla scia della crescita che l’azienda stava affrontando in quegli anni e per poter soddisfare al meglio le richieste di mercato era necessaria una riorganizzazione a tutti i livelli. È in quegli anni che viene inserita all’interno dell’organigramma aziendale la figura di un responsabile qualità. L’ottenimento della certificazione di sistema non ha rappresentato un punto di arrivo, bensì una tappa di un percorso di evoluzione continua, in parallelo con la crescita dell’azienda anno dopo anno.
La certificazione IFS non è stata una scelta volontaria ma dovuta alle richieste di mercato (considerando che la nostra azienda lavora per il 90% con il mercato estero). Oggi siamo molto soddisfatti di aver ottenuto questa certificazione che riteniamo molto pratica ed utile ed in grado di portare continui miglioramenti all’interno dell’azienda, e ha aumentato la sensibilità in tutti gli operatori verso la sicurezza alimentare del prodotto in ogni fase del processo.
Ci riteniamo inoltre soddisfatti avendo ottenuto in questi tre anni di certificazione IFS sempre il massimo livello (Higher Level).
Questo impegno così netto per la Qualità in tutti i sensi non nasce da un giorno all’altro. Ha comportato dei cambiamenti, dei miglioramenti, e se sì quali, per la Vostra organizzazione e i Vostri processi produttivi?
Sicuramente l’impegno per un’azienda come la nostra a portare avanti queste certificazioni non è poco, considerando anche il fatto che oltre a queste certificazioni volontarie (sistema e prodotto) la nostra azienda è soggetta a certificazioni obbligatorie relative all’agricoltura biologica che la vede impegnata in controlli e certificazioni diverse secondo i paesi in cui si esportano i prodotti (Europa, America, Giappone, paesi Arabi, Corea, ecc).
L’impegno a portare avanti queste certificazioni è ampiamente appagato dai vantaggi che l’azienda in questi anni ha avuto, e continua ad avere, da questi sistemi: razionalizzare e ottimizzare i processi gestionali e produttivi,aumento della qualità tenuta sotto controllo e riduzione dei costi, il capire cosa significa lavorare per obiettivi e l’importanza della comunicazione a tutti  i livelli aziendali.
Un punto di forza della nostra azienda è sicuramente la risorsa umana, come abbiamo sottolineato nella nostra Politica della Qualità “La qualità è garantita dagli uomini. Solo se si hanno uomini motivati, soddisfatti, formati, si può perseguire un elevato livello di qualità a tutti i livelli ed un proprio vantaggio competitivo.”