PASTA NOSTRA CHE SEI NEI MULINIAllo stato attuale la produzione della pasta è regolata dalla legge 580 del 4.7.67 che stabilisce che il grano duro si può trasformare solo in pasta di semola e pasta di semolato riconoscibili dal residuo di ceneri che non debbono superare la percentuale di 0,90 e 1,10 rispettivamente. Quindi per la legge si possono chiamare pasta solo questi due prodotti trasformati dalla macinazione del grano duro. Il settore dell’alimentazione naturale conosce bene l’importanza dalle macinazione a pietra dei cereali, ma nel caso specifico macinando a pietra anche il grano duro separando il 50% del suo contenuto non si riuscirà ad ottenere quelle percentuali di ceneri previste dalla legge.
Il sottoscritto negli anni passati ha avuto la vita assai dura per la “produzione, detenzione e spaccio di pasta integrale”.
Le decine di imputazioni e i processi che ne sono derivati, promossi dal Nas e dal Servizio repressioni frodi, si sono concluse con una memorabile sentenza del Pretore di Urbino, che si avvaleva anche delle sentenze dei Pretori di Treviso (13.1.75) Como ( 4.4.78) Mantova ( 28.5.80) con la quale stabiliva che si poteva definire “pasta” solo quelle trasformazioni del grano duro che avessero i limiti sopra descritti di ceneri e che ogni altro prodotto non si dovesse chiamare “pasta” e non che non si potesse produrre. In pratica non avendo chiamato “pasta” le nostre “integrali di grano duro” avevamo correttamente interpretato la legge 580 (sentenza del 2.6.81). mentre con le sentenze che ho citato il problema era penalmente risolto su tutto il territorio nazionale oggi quei “reati” sono controllati dalle Usl locali e ognuna può decidere come gli pare e ognuna può applicare la sanzione amministrativa prevista da uno a tre milioni. Cosa che avviene abitualmente.
Ma il problema più grosso a mio avviso è dato dal termine “biologico” che secondo gli inquirenti contrasta con la legge 283 del 30.4.62 in quanto “tale denominazione induce in errore il consumatore circa la natura, sostanza, qualità del prodotto in modo che con tale disegno criminoso si mette in atto un artifizio procurandosi un ingiusto profitto con l’altrui danno”.
Non esiste nel nostro territorio nazionale un Ente pubblico che possa tutelare la definizione “biologico”, né tantomeno esiste una legge. Le regioni hanno in discussione progetti di legge sull’agricoltura biologica in cui sono previste delle commissioni regionali presso gli Enti di Sviluppo Agricoltura che potranno rilasciare questo marchio, ma per il momento è il Far West. È vero che il termine biologico viene usato impropriamente anche per trarne lauti profitti, ma il vero problema è un altro. La grande industria alimentare fino a quando si parlava di “natura”, “sapori antichi”, “integrale” ci stava perché lo poteva fare anche lei, ma per un prodotto biologico quale grande azienda può avere centinaia di migliaia di quintali di materie prime che si possono definire tali? E quindi su questo fronte avremo i più irriducibili oppositori perché per legge un prodotto “biologico” vuol dire affermare che tutti gli altri alimenti non lo sono e non essere biologici vuol dire affermare che contengono i residui dell’agricoltura, della conservazione e della trasformazione. È chiaro che la grande industria di trasformazione non amerà molto il biologico. Né si pensi possa essere una soluzione quella di quegli imbecilli che lo scorso anno hanno comprato pagine intere di grossi quotidiani per dire che nell’annata agraria successiva avrebbero prodotto qualcosa come 600.000 quintali di grano biologico, nell’Emilia, terra di colossali sconvolgimenti agronomici.
Per la pasta integrale secondo me non occorre una nuova legge, basterebbe una circolare dei tre ministeri competenti che chiarisca che si può definire pasta solo quei prodotti ottenuti dalla macinazione del grano duro e che sono la semola e il semolato riconoscibili dalle ceneri previste dalla legge 580. tutto il resto non sarà pasta ma “maccheroni al farro”, “spaghetti al saraceno”, “penne al segale” eccetera eccetera all’infinito, purchè sia rispettata la legislazione che stabilisce che gli ingredienti debbono essere ben visibili.
Insomma, chi è che può impedire ad un cittadino di mangiare gli spaghetti con l’orzo? Chi è che può impedire che si producano?
Un altro problema è che alcune norme vietano che un pastificio abbia al suo interno farine diverse da quelle di semola e semolato. La cooperativa Alce Nero risolverà questo problema avendo iniziato la costruzione di un pastificio finanziato dalla Regione Marche nel quale si produrranno soltanto impasti di cereali integrali e biologici, che quindi non “contamineranno” la pasta bianca perché la pasta bianca non ci sarà.
Per concludere queste mie note vorrei dire che quando in un paese “civilizzato” ogni cittadino si mangia all’anno 4 Kg di additivi, coloranti integratori “naturali” e residui di ogni genere (Aldo Sacchetti, “L’uomo antibiologico”, Feltrinelli,1986) e non si consente la produzione di alimenti più sani, equilibrati, con dei pretesti vuol dire che Attila e Odoacre sono alle porte, anzi sono già al potere!