MIA CARISSIMA TULLIAIl numero 36 di Mediterraneo, la rivista dell’AMAB diretta da Gino Girolomoni, è una monografia dedicata a “40 anni a Montebello”. Girolomoni dedica questo numero della rivista alla compagna della sua vita, Tullia, protagonista con lui della “proposta” Montebello, prematuramente scomparsa nel 2009

Sono quasi due anni che te ne sei andata senza il nostro minimo consenso, ma avevamo a che fare con un interlocutore a cui solo Dio può dire di no, e che per te ci ha fatto sapere che “non poteva”. E’ grande il vuoto che hai lasciato e la vita è dura senza di te e io non dimentico mai il quesito che mi hai posto quando ancora stavi bene. Dopo l’ennesima fatica di Montebello, la festa per gli ottantanni di Guido, quando avevi invitato a cena cento persone tra cui alcuni intellettuali che non riuscivi a sopportare, soprattutto le donne, mi hai detto seriamente: “Senti Gino, tu hai dedicato tanto tempo a Quinzio, Ceronetti, Illich, per ringraziarli di essersi voluti legare a Montebello, ma perché per me non fai niente? Non sono forse io quella che ha fatto più di tutti per questo luogo?” Adorabile creatura, mi avevi fulminato perché avevi ragione, ma io imperdonabilmente non  ho risposto alla questione d’immensa importanza che mi avevi posto con grande serietà.  E’ vero Tullia, solo tu sei stata con me per quarantanni, sempre, ad affrontare tutte le calamità che si abbattevano su di noi dopo la scelta di partenza già assurda di per se e cioè quella di fare investimenti per due miliardi con quarantacinquemila lire di capitale sociale, in un luogo difficile, già abbandonato da tutti. Quando parlo di calamità che si abbattevano su di noi non alludo agli tsunami o ai terremoti o le alluvioni, ma allo Stato, è questo l’acerrimo nemico che ci ha dichiarato guerra per più di ventanni attraverso le sue Istituzioni. Per diciassette anni con i sequestri di pasta integrale con la stronzata che fosse dannosa alla salute per il contenuto di fibre e per la nostra dichiarazione che il grano proveniva da agricoltura biologica quando ancora le Istituzioni facevano finta di non sapere che cosa volesse dire quel termine. I sequestri di pasta volevano dire che i clienti a cui l’avevi venduta non te la pagavano perché erano andati a sequestrarla anche a loro, e poi non te la riordinavano fino a quando non era concluso il processo, sempre assolutorio.
Abbiamo dovuto vendere anche gli unici terreni irrigati di Canavaccio che avevamo comprato (perché anche gli Agnelli non vendono le proprietà per sostenere l’azienda, invece di chiedere sempre i soldi a noi?). Poi, dulcis in fundo, nel 99 arriva la Guardia di Finanza con i mitra spianati e stanno da noi per un anno intero. Quando se ne sono andati ci hanno lasciato un ricordo indimenticabile: tre miliardi di contestazioni. Per ventanni tutte le sere solo io e te avevamo un rito arduo da compiere: dove trovare i soldi il mattino dopo. I nostri giovani amici della cooperativa alla sera tornavano in paese, Sergio con le opere non aveva molta dimestichezza e anzi le considerava un furto all’invocazione. I tuoi genitori, invece di andare in pensione sono venuti ad aiutarci e Gigi era bravo nei campi e tua madre è ancora qui e piange per aver dovuto vedere la figlia andarsene prima di lei. I figli, i figli, solo le madri sanno cosa rappresentano, lo ha capito l’arte di tutti i tempi che ha riempito le Chiese del mondo con quella Santa e il suo bambino in braccio. Poi sono arrivati i rinforzi dei miei fratelli e Francesco e poi dirigenti seri e capaci nella cooperativa che non soffrono del lavoro che fanno anche se è faticoso, poi i figli che hanno fatto proprio il nostro lavoro e cercano di alleviarmi la tua mancanza.  Un giorno, quando sarò decrepito, quello Stato nemico mi vorrà dare la medaglia di Cavaliere e io dirò “No, grazie, preferisco tre milioni di euro per i danni che mi avete fatto e la vita ancora più dura che mi avete reso”. Di cavalieri ce ne sono già tanti, tra quelli della Repubblica o quelli del Santo Sepolcro, quello del Governo, a me basta il titolo di Abate che mi ha dato Piero da trentanni e quello di Patriarca che mi hanno dato gli amici di Montebello quando ho compiuto sessantanni. Carissima Tullia il giorno dell’ ultimo saluto ho confessato in Chiesa che io avevo con te un debito di infinita riconoscenza e in ciò che resta della mia vita cercherò di pagarlo. Intanto ti dedico questo numero della rivista con grande affetto e tenerezza e ti ringrazio per la tua “presenza” che sentiamo: anche io penso come gli aborigeni dell’Australia di cui ci racconta Emmanuel, che ci sono dei defunti più vivi dei viventi.