MACCHÈ, È SEMPRE LA STESSA NOIA!

Panorama

Sergio Quinzio

24 dicembre 1984

Da più di undici anni vivo in un paese di 400 abitanti, non molto distante da Urbino. Non vivo in mezzo al verde, e nemmeno in un’antica casa di pietra, ma in una specie di moderno capannone che non vede mai un filo di sole. Del resto, non sono venuto qui per cercare pace in una improbabile “vita alternativa”, ma per caso o per forza, e a questi luoghi, che non conoscevo, non mi legava nulla.
Che cosa ho visto cambiare in questi anni? Qui i morti si contano, e sono scomparsi quelli che ho conosciuti ancora attaccati alle tradizioni della civiltà contadina: quelli che d’inverno tagliavano i capelli ai piccini nel caldo della stalla, e che sentivano il sacro presente nel mondo sotto forma di segni, più spesso paurosi. Mi dicono che nella piazza c’era una fontana, e che si affacciava il portico di un vecchio convento, ma adesso il paese è una squallida periferia, dalla quale i giovani fuggono verso Pesaro o Rimini.
La gente la trovo chiusa e un po’ aspra, ma forse sono io a creare l’ostacolo, io che non parlo il dialetto e che non vado al bar a giocare a carte. L’età non mi aiuta ad essere ottimista. Penso che un irrimediabile danno al discutibile ma consistente tessuto umano d’una volta l’abbiano fatto i partiti dividendo a caso a seconda degli slogan, dei colori, dei favori; la scuola, allontanando sempre più i bambini dal costume tradizionale; il commercio, distaccando i numerosi bottegai dalla gente dei campi e mettendoli in concorrenza tra loro; la televisione, illudendo di avere accesso alla cultura.
Tutto così? No, ho degli amici, anche se le differenze tra noi creano difficoltà, a loro e a me. Amici, ma per la condivisione di pensioni, non di giornate. Amici giovani, perché solo chi è giovane, qui e in questi anni può stare sul confine e, se ce la fa, confrontare ieri e oggi.
I miei amici hanno riconosciuto a Montebello l’ala di un vecchio monastero abbandonato, a pochi chilometri dal paese.
Salgo a Montebello il venerdì sera, per pregare insieme. È qualcosa. Ma se penso a quello che ci unisce sono piuttosto scontento. Ci sono misure troppo diverse, in ciascuno di noi, di cose troppo diverse: una fede cristiana un po’ cupa, critica nei confronti del mondo ma anche nei confronti della Chiesa; una devota memoria del passato contadino e delle sue venerande forme religiose; un impegno, o una simpatia, “a sinistra”; non violenza, ecologia, biodinamica, macrobiotica…
Cose che è difficile far stare insieme. Cose comunque, che non sono nate qui, che vengono tutte dall’esperienza della città moderna, anche quando si presentano come rimpianto dell’antico mondo contadino.