L’UTOPIA COME PRODOTTO AGRICOLO

Il Giornale

Domenico Settembrini

sabato 18 aprile 1981

Girolomoni narra l’esperienza della cooperativa “Alce Nero”
A Isola del Piano, in quel di Pesaro, intorno al diroccato Monastero di Montebello, fondato seicento anni fa dal pisano Pietro Gambacorta, si è costituita negli Anni Settanta la cooperativa “Alce Nero”, sotto lo stimolo e la guida di Gino Girolomoni, una singolare figura di contadino colto, che dopo l’inurbamento ha scelto di ritornare alla terra.

Modelli alternativi
Un esperimento così controcorrente, non fosse che per questo, meriterebbe di non passare inosservato. Il protagonista però non è una personalità originale,esclusivamente intenta al suo particolare. È mosso, al contrario, dalla convinzione che “la cultura industriale ha elaborato un sistema di vita che non è più controllabile e che è invisibile”, per cui ritiene necessario inventare modelli alternativi, prima che sia troppo tardi.
V’è insomma in Girolomoni la stoffa di quei predicatori di riforma che all’alba della civiltà industriale già ne cercavano il superamento, dando vita a esperimenti volontari di vita comunitaria , per dimostrare la praticabilità delle proprie utopie.
A differenza loro, i quali sul piano pratico sempre fallirono miseramente, Girolomoni è riuscito invece a mettere in piedi un’impresa che funziona.
Non è difficile capirne il perché; e si veda in proposito il volume di Girolomoni “La vita torna sulle colline. L’esperienza della cooperativa Alce Nero” (Jaca Book, pp.168 L. 5.500). Come avverte la nota editoriale, Girolomoni non si è infatti lasciato sedurre dal “passatismo”e dal “rifiuto della tecnica”. Ha organizzato, è vero, una riuscitissima “esposizione della attrezzature agricole tradizionali e degli strumenti che ancora oggi  si fanno”, ma non ha confuso le doti che ci vogliono per mettere in piedi un museo con quelle, del tutto diverse, necessarie a far rivivere, in condizioni profondamente mutate,ciò che  del passato meritava di non morire. È evidente infatti che per “produrre biologicamente”, in modo da non danneggiare né il consumatore né la terra, riuscendo nel contempo a competere su tutti i mercati, con prodotti non oberati da simili costi, ci vuole maggiore, non minore, abilità organizzativa e tecnica.
Vale a dire che non si sfugge ala necessità di una cultura industriale sempre più sofisticata, se vogliamo avere un futuro, specie poi se pretendiamo che esso sia migliore, più vivibile del presente.

Condanna senza attenuanti
Girolomoni è però il primo a non ricavare dalla sua esperienza conclusioni corrette, presentandola come il vangelo di un’impossibile ritorno alla civiltà contadina, come la condanna senza attenuanti dello spirito che ha creato la moderna civiltà industriale.
È chiaro che così egli si è lasciato prendere la mano dell’utopia che lo anima. Quasi tutti gli intellettuali che egli ha coinvolto nella sue esperienza glielo ricordano negli interventi che con molta obbiettività egli include nel volume, ad eccezione di Ceronetti, il cui contributo è però più di un pezzo di bravura letteraria che un tentativo di comprensione critica.
Ma il fantasticare utopico non è sempre un’attività del tutto innocua. Essa pure inquina, se non i prodotti materiali, la capacità di giudizio, portando Girolomoni a chiedersi se i terroristi siano davvero quei “grandi delinquenti” che tutti dicono, o se non rischino invece la vita per la “disperazione di non vedere risposta alle grandi domande che molti si sono poste come me le ero poste io in cima a quelle colline”.
Stonature del genere indicano che Girolomoni non considera la propria esperienza con quel senso della misura che della civiltà contadina è la virtù di cui oggi più si avverte il bisogno.