LA "VITA SANA" DI GIROLOMONI

Avvenire
18 giugno 2010

A Montebello di Ìsola del Piano, il filosofo contadino si appresta a celebrare i 40 anni di attività agricola

«Sarà vero che le nostre erano idee da pazzi, ma a distanza di quarant’anni le nostre ‘pazzie’ sono diventate un mercato».
Gino Girolomoni è rimasto il ragazzo ‘contro’ di sempre, anche adesso che ha 63 anni. Veniva da una famiglia di contadini e faceva il sindaco di Isola del Piano, vicino a Urbino, quando si mise in testa di convincere la politica ad ascoltare ‘l’urlo della natura’. Si era all’inizio degli anni Settanta e per gli italiani le urla erano altre: in Medioriente scoppiava la guerra del Kippur, qui da noi il compromesso storico e ‘il Gino’ chiedeva la riforma del lavoro contadino. Inutile dire che lo ascoltavano in pochi. Sotto il governo Andreotti, fu approvata una legge per l’occupazione rurale dei giovani, che però ci si dimenticò di finanziare e così Girolomoni decise di fare tutto da solo: insieme a sei giovani disoccupati fondò la cooperativa Alce Nero, che qualche anno dopo un socio gli sfilò di mano.
Anche quella volta, il guru del biologico non si diede per vinto. Ecco come ci racconta la sua battaglia, iniziata nel 1971, nel momento in cui si appresta a celebrare i 40 anni di attività.

Partiamo dagli anni Settanta. Quando esortava di ascoltare l’urlo della natura, gli altri contadini la seguivano?
«Coltivare seminativi a 500 metri di altitudine, qui nelle campagne di Urbino, significa sfruttare trenta centimetri di terra fertile. Sotto c’è la roccia. Logico che i due terzi dei loro buttassero la vanga e si trasferissero in città, mentre molti altri concimavano a man bassa. Io cercavo di rispettare la terra: utilizzavo anch’io i concimi, ma una cosa è la fosforite dei giacimenti o l’azoto della pollina, un altro il nitrato ammonico e il potassio di sintesi».
Perché si convertì al biologico?
«Non ero d’accordo con chi soffocava l’urlo della terra con la chimica, così comprai una tenuta in disuso. Era appartenuta all’ordine dei poveri eremiti di San Girolamo, detti girolomini, ma era stata spezzettata. La ricomprai pezzo per pezzo: 150 ettari, oggi è la tenuta di Montebello di Isola del Piano, marchio dei nostri prodotti biologici in tutto il mondo. Quando arrivammo qui, eravamo un gruppetto, io avevo 27 anni e mia moglie aspettava il primo figlio, c’era solo una casa colonica mezza diroccata, né luce né gas…»

Come nacque l’idea di Alce Nero?
«Negli ambienti del movimento studentesco, girava il libro Alce Nero
parla che raccontava l’epopea dei pellerossa dal punto di vista dei vinti. A noi interessava il ritorno alla natura e, in quanto contadini, ci consideravamo indiani nelle riserve. Il metodo di coltivazione biologico era una scelta ideale: nel 1973 avevo organizzato con gli stessi amici della cooperativa il primo campeggio per riportare i giovani nella natura. Lo facevamo mentre in Italia esplodevano le periferie, esattamente come sta avvenendo ora in Cina».

Dicono che Montebello non sia un’azienda, ma un cenacolo. È così?
«Ho studiato all’istituto tecnico, ma mi interesso da sempre di filosofia e teologia e i miei amici erano e sono Sergio Quinzio, Messori, Ceronetti. L’amore per il bio ha in me delle radici bibliche e infatti, ancora di recente, ho riscoperto la ricetta di un pane al tempo del profeta Ezechiele… La scelta di produrre cibo senza ricorrere alla chimica di sintesi ha prima di tutto delle radici culturali forti e in seconda battuta si traduce in accorgimenti tecnici: per non stressare la produttività del suolo con la monocultura, già negli anni Settanta noi ricorrevamo alla rotazione, grano per due anni, poi erba medica, azoto organico e pollina… Il mio vicino di azienda faceva 10 quintali di resa più di me e mi derideva perché mi ostinavo a non usare prodotti chimici.
Ora i suoi terreni sono abbandonati, non danno più nulla. Lasciando i campi incolti avanza il deserto. Oggi, contro la desertificazione dell’Italia c’è un presidio di 50.000 aziende biologiche, centomila agricoltori. Naturalmente, in questo boom ci sono stati anche degli errori».

Tra gli errori inserisce anche la perdita di Alce Nero?
«Mi ero messo in società nel 1999 ma non ha funzionato e per evitare di perdere un sacco di soldi in avvocati ho ceduto il logo, ma per me non è cambiato nulla: continuo a produrre pasta biologica e vino che esporto, con il marchio Montebello. Il logo è una Q quadrata che rappresenta la pianta del monastero».

Quell’episodio dimostra che i produttori bio non riusciranno mai a lavorare uniti?
«Purtroppo c’è bio e bio, c’è chi si accontenta della certificazione sul
packaging e chi fa suo uno stile di vita: produce, veste e abita biologico. Come noi. Non è facile né comodo: io ad esempio per vendere i miei prodotti ho dovuto combattere per 17 anni contro una legge che ci proibiva di vendere pasta integrale, una norma del 1967 che aveva fatto chiudere i mulini a pietra perchè non rispettavano certi standard. Era stata approvata quando si pensava che le fibre fossero dannose alla salute.
Anni di battaglie per spiegare, nel 1995 l’abbiamo spuntata».

Non si sente un po’, come dire, fondamentalista?
«Se significa credere in valori minoritari siamo in tanti ad esserlo. E poi, non è ‘fondamentalista’ anche uno che crede nella Resurrezione?»