LA VERA VITA FRA LE COLLINE

Corriere dei Libri

Davide Lajolo

domenica 5 luglio 1981

Storia di un’esperienza contadina

Gino Girolomoni, Ritorna la vita sulle colline, Edizioni Jaka Book, p. 168, L. 5.500

Gino Girolomoni, autore del saggio-racconto “Ritorna la vita sulle colline”, sarà certamente considerato un utopista. L’intelligenza, i valori, la fantasia sono scesi tanto in basso in questi tempi soprattutto per l’inquinamento politico (il connubio farisaico, politica-ipocrisia, saccheggi di stato-politica, terrorismo-protezioni politiche), per cui chi oggi discute, propone e agisce, per quanto gli è possibile con le proprie forze, onde dare il posto che spetta al lavoro agricolo, il necessario a vivere dei contadini e allo sviluppo delle campagne, è di fatto giudicato un utopista.
Se poi uno come Girolomoni fonda addirittura una cooperativa agricola come l”Alce Nero” nelle campagne semiabitate della provincia di Urbino, allora dall’utopia si passa alla follia. Eppure la cooperativa esiste, funziona, Girolomoni lavora con altri contadini, il ritorno dei proletari della terra sulle colline è una realtà. Non vale, non serve: per i corvi cosiddetti 2dabbene”, la cooperativa fallirà, sarà un vano tentativo e una perdita di tempo.
Così sentenziano quelli che, per un distorto uso delle parole, si considerano con i piedi per terra, i falsi realisti, i saggi o peggio le teste d’uovo che pontificano dall’alto. Sono gli stessi che, viziati dagli agi che si possono permettere nelle loro sontuose case di città e nei loro uffici adornati di piante e fiori prigionieri, si abbandonano poi alle declamazioni sulla pace della campagna, sul desiderio di fuga attraverso prati e boschi per trovare il buon vivere sano, contadino.
È anche questa ipocrisia che deturpa persino la nostalgia, a rendere attualissimo il progetto scritto da Gino Girolomoni. Perché essendo egli utopista (sia benvenuta questa utopia così concreta nei risultati), il nostro autore non si mimetizza da scrittore, non fa della letteratura sulla terra, non ci racconta che il letame ha un suo profumo così come non si alza da un pulpito per dare lezioni o maledire chi non intende.
Girolomoni racconta fatti, ci presenta trascritto il contratto da “servo della gleba” che ha firmato suo padre per diventare mezzadro su terre altrui: un contratto-capestro che non risale alla preistoria e neppure all’altro secolo perché porta la data del 17 dicembre 1923. Girolomoni si limita a fare la storia di come è nata la cooperativa da lui ideata, cosa fanno e cosa pensano i contadini. È un vero modo per ritrovare le radici dell’autentica civiltà contadina.
C’è una lettera dello stesso Girolomoni ad un amico nella quale si cita un discorso pronunziato nel marzo ’78 (facciamo caso alla data) da un certo Ferruccio Ferrucci, promotore a Pesaro di un “centro di studi economici e sociali”: nel discorso è detto testualmente che nella storia ci sono i geni e i capitani di industria che fanno andare avanti il mondo e danno da mangiare agli imbecilli.
Girolomoni invece si contenta di dirsi lieto di essere tra gli “imbecilli”. Egli è un autentico cristiano capace di porgere l’altra guancia.
A confronto della sua iniziativa e a corredo della sua testimonianza scritta, Girolomoni unisce le lettere e le adesioni  di scrittori come Gianbattista Vicari, Carlo Bo, Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Paolo Volponi, Fabio Tombari. Devo dire che mi ha interessato di più il raccontare di Girolomoni sulla ruspa impazzita o sulla mietitura del grano? O questo significa farci nemici illustri? Ma no. Perché nato proprio tra le vigne, quel ricordo del rumore della trebbiatrice mi ha reimmerso nei cortili del mio paese, quando bambino mangiavo coi trebbiatori pane e polvere e una fetta di lardo, e mi pareva di mangiare felicità.