LA TERRA È LA MIA PREGHIERA

Il Regno 15 novembre 2014

    Un piccolo, abissale (perché scritto dopo l’abisso) libro, Tullia, dove sei? (Libreria Editrice  Fiorentina, 2013) raccoglie una serie di pensieri scritti da Gino Girolomoni, dopo la morte della moglie. Ognuno di essi è preceduto dal luogo e dalla data. Il tempo è breve, si va dal luglio del 2009 al 27 dicembre 2011. Meno di tre mesi dopo, l’autore sarebbe stato colpito da un infarto fatale. A differenza della cronologia, gli scenari invece sono molto ampi: l’Estremo e il Medio Oriente, varie zone d’Europa e d’Italia. Il centro però è sempre costituito dal Monastero di Montebello nei pressi di Urbino, il rudere fatto rinascere a vita nuova.

In una pagina di questo testo c’è un passo che rappresenta una sintesi, prossima alla completezza della vita, della fede e dell’operare di Girolomoni: «Armagheddon, 2 settembre 2010. Nel Tell c’erano in tutto quattro fili d’erba ma un omino senza maschera spargeva diserbante che una folata di vento mi ha scaraventato sul volto. Invece di berakhot [benedizioni], veleni anche sugli altari millenari. Venti strati di insediamenti hanno trovato gli scavatori: in cinquemila anni si può anche crollare, ogni duecentocinquanta anni è il fuoco che ti devasta o i terremoti. L’ultimo Profeta dice che in questa sterminata pianura si terrà la grande battaglia tra il principe Apollonio e l’Arcangelo Michele: è qui Tullia che ci incontreremo?» (57).

In questo passo sono concentrati vari aspetti ampiamente ripresi dal libro di Massimo Orlandi, La terra è la mia preghiera. Vita di Gino Girolomoni, padre del biologico ( EMI, Bologna 2014) . Il primo fra tutti è il rapporto con la terra deturpata dal dissennato uso dei diserbanti e da altre forme di intervento chimico. La scelta dell’agricoltura biologica è stata compiuta da Girolomoni assumendo in senso, per così dire, letterale l’aggettivo che la qualifica:  vita vs morte. Aggredire «sora madre terra» equivale a violare il comandamento che ordina di non uccidere. Anche qui una frase riassuntiva: «Io non penso che l’agricoltura biologica salverà il mondo, ma la pratico per non stare dalla parte di chi il mondo lo distrugge» (123). La scelta del biologico è uno schierarsi. È esigente e complessiva. Ecco perché non si è fermata al livello economico primario, ma si è prolungata anche al secondario: dalla produzione alla trasformazione. Da qui è nata l’idea di fabbricare il prodotto più rappresentativo della cooperativa che ora porta il nome del suo fondatore: la pasta. Fatta lassù, nella collina più alta, per usare acqua sorgiva non contaminata. L’uomo non è quello che mangia, tuttavia la sua salute dipende da ciò di cui si nutre.  Ben lo sappiamo oggi, in un mondo che, con inedito incrocio, soffre a livello globale sia per la denutrizione sia per l’obesità.

Accanto al distruggere, c’è uno stravolgimento  altrettanto violento delle regole che presiedono alla riproduzione della vita. In questo campo (parola non scelta a caso) l’esempio più pervasivo è  costituito dagli Ogm.  Le conseguenze di lungo periodo delle manipolazioni genetiche sono difficili da circoscrivere. Le uniche, sicure beneficiarie della diffusione delle sementi transgeniche sono le multinazionali. Esse, con il pretesto della maggior resa, invadono i campi allargando il monopolio e imprigionando i contadini in un percorso di dipendenza.  In  alcuni paesi ciò sta già avvenendo (137). Un dolore aggiuntivo fu per Girolomoni l’insensibilità della Chiesa, in cui credeva, verso questi temi. Nel cattolicesimo la vigilanza sul mondo umano stenta a trasferirsi nella cura di altre forme di vita. «La mia preghiera è la terra» è titolo pertinente e suggestivo; lo è se si considera la terra non come dea, ma come creato e se si tiene presente che la creazione di Dio avvenne, come racconta la Genesi, in modo che i viventi venissero all’esistenza tutti secondo la propria specie.

L’agricoltura biologica resta la componente più nota di Girolomoni.  Ne è una spia anche il fatto che il libro abbia la prefazione di Vandana Shiva. Tuttavia, accanto alla terra produttrice di vita,  c’è quella che testimonia il  passato. Da qui nasce l’attrazione di Girolomoni per l’archeologia. Non si trattava di erudizione. C’era in  gioco il dare spessore storico alla terra,  celebrarne l’incontro con la cultura. Non si tratta di lande desolate ma di terre lavorate e abitate da civiltà umane. Tuttavia ci fu un deserto che, oltre a essere percorso da uomini, fu anche frequentato da Dio che andava in cerca delle sue creature: è il Sinai. Si tratta di un luogo con il quale Girolomoni ebbe un legame molto forte. Egli  sposò senza incertezze  la tesi di Emmanuel Anati secondo cui Har Karkom costituisce l’autentico Sinai. La sua non fu visione teorica, per anni Girolomoni partecipò a campagne di scavi. Lo fece con un impegno totale.  Dall’esterno non fu facile capire come questa opzione fosse compatibile con altre scelte da lui compiute. In realtà non basta definire Girolomoni uomo multiforme. Molte altre persone lo sono. Quanto lo caratterizzò fu la dedizione che appariva assoluta per ogni volto della sua attività. Da qui la difficoltà di inquadrarne la personalità.

Tuttavia un centro c’era. Esso, però, era il più eccentrico tra tutti perché radicato nel futuro, vale a dire in quanto ancora non c’è.  La svolta cruciale va collocata non nel passato o nel presente, ma nell’avvenire. Il centro è attestato dalla profezia della redenzione. Essa si colloca dopo la catastrofe e si concretizza nella risurrezione dei morti. Questa speranza è la stigmata della sua fede ricevuta da Girolomoni a opera di Sergio Quinzio. Armagheddon (Ap 16,16), secondo l’etimo monte di Meghiddo. Nella pagina scritta il 2 settembre 2010, la località è liberata da ogni scoria di apocalitticismo mediatico o sensazionalistico, ma non è privata della dimensione dello scontro finale. Di fronte a quella prospettiva ultima, anche la millenaria storia di Meghiddo, luogo di antiche guerre bibliche (Gdc 5,19; 2 Re 5,27; 2 Re 23,29) perde di centralità. «È qui Tullia che ci incontreremo?»; il punto interrogativo riguarda solo il luogo, non la certezza dell’incontro. La speranza nella risurrezione dei morti e nel ritorno a una vita personale e corporea non conosce incrinature. Si attende il riscatto della creazione tutta dalla corruzione del peccato e della morte; si è certi della sconfitta definitiva del male e del maligno. Il fatto che l’agricoltura biologica non salvi il mondo, comporta che il mondo sarà salvato da Colui che ha creato ogni cosa.

Piero Stefani