LA MIA TERRA E LA MIA PREGHIERA

GOLA gioconda 1febbraio 2015

      “Per capire che la storia di Gino Girolomoni è speciale mi è bastato respirare quest’aria. Perché qui a Montebello, ho risentito, finalmente, il profumo della terra”

L’amico sconosciuto ha una voce lieve come un sussurro. Pronuncia queste parole e sorridendo si allontana tra il pubblico che assiste alla prima presentazione del libro La terra è la mia preghiera, al monastero di Montebello.

Il profumo sale dalla terra quando la terra è rispettata e amata, quando i suoi prodotti non sono stati stressati o avvelenati.

È tutto qui, in questo odore, il senso di fondo dell’agricoltura biologica. E non è un caso che la storia di questo settore abbia avuto il suo big bang proprio qui, a due passi da Urbino, in questa campagna marchigiana che nasce dall’Appennino e dolcemente digrada verso l’Adriatico.

Gino Girolomoni, il protagonista de La terra è la mia preghiera, è un figlio di questa terra. Un figlio che, all’inizio degli anni Settanta, appena ventenne, decide di percorrere all’inverso la strada indicata dalla cultura industriale. Mentre i suoi coetanei migrano in massa verso le fabbriche delle città, lui resta e, nella stalla di casa, pronuncia un solenne giuramento: “Sarò contadino”.

Come giovane guida di quella comunità (sarà anche sindaco di Isola del Piano) Gino si impegna a restituire coraggio e dignità alla sua gente, poi a individuare una strada per far sì che la terra possa tornare a dare da vivere a chi la produce, senza però accettare che la condizione di questo sia inquinarla.

Nel 1977 fonda la cooperativa che intitola al capo indiano Alce Nero: “perché – dirà – anche in Italia ci sono gli indiani, e sono i contadini”.

La storia della prima cooperativa biologica italiana è una piccola odissea, in cui i venti contrari arrivano anche dalla parte più insospettabile: per quasi vent’anni, per esempio, la pasta prodotta da Alce Nero è oggetto di sequestri perché la dizione “integrale” non è prevista nella nostra normativa. Ma a dispetto delle difficoltà, il sogno del contadino Girolomoni si realizza: la sua cooperativa diventa faro di un settore che gradatamente cresce e oggi conta in Italia oltre 50.000 aziende. E, il loco, la cooperativa realizza un duplice risultato: riporta sulle colline tanti contadini che avrebbero potuto andarsene (solo il pastificio dà lavoro a quaranta persone), e permette la conversione a biologico di tutta la valle. Il monastero di Montebello, inizialmente un rudere, diventa allo stesso tempo casa, sede della cooperativa (all’inizio “Alce Nero”, oggi “Girolomoni”, spazio culturale (la frequentano personaggi come Ivan Illich e Massimo Cacciari, Guido Ceronetti e Alex Langer).

Gino Girolomoni muore nel marzo 2012, a 65 anni, ma i germogli da lui piantati continuano a produrre frutti preziosi.

Gino resta un riferimento inevitabile, scomodo, autentico per chi si avvicina all’agricoltura biologica, ma anche un grande alleato di tutti coloro che, nell’assaporare un cibo vogliano essere certi che rispecchia la terra, e i suoi profumi.

Perché, diceva spesso il fondatore del biologico: “Mangiare non è soltanto trasformare e cuocere il cibo: è dono, spiritualità, amicizia, fraternità, bellezza, calore, colore, sapienza, profumo, semplicità, compagnia”.

Massimo Orlandi