L'ALCE NERO BRUCA L'ERBA NELLE COLLINE CHE RINASCONO

Il Sabato

12 novembre 1982

Era un dirigente industriale; poi si è convertito. Ha messo casa in un antico monastero abbandonato. Ora le terre lì attorno fanno miracoli

Correva l’anno 1380 quando un giovane di nobile origine, tale Pietro Gambacorta, venticinquenne nipote del duca di Pisa, ripudiata la vita di corte e le avventure militari, dopo un lungo pellegrinaggio si fermò a Montebello, sulle colline delle Cesane, poco distante dalla Urbino di Montefeltro. Forse fu affascinato dalla legenda secondo la quale quel luogo era rimasto indenne dalle acque del diluvio universale e per primo si era mostrato agli occhi di Noè dopo la conclusione del biblico cataclisma (da cui il nome di Montebello), o forse soltanto dalla bellezza delle colline che rincorrono per chilometri. Questo luogo, dunque, il Gambacorta scelse come dimora definitiva per seguire Dio nella vita eremitica, e qui fondò il monastero della trinità, capostipite di una schiera numerosa di cenobi (novanta alla fine del ‘700) sorti sotto l’egida della società per i poveri eremiti di san Girolamo, che Pietro Gambacorta aveva costituito . lui ed altri 19 confratelli furono beatificati dalla Chiesa ed ancora se ne conservano gli episodi della santità.
I frati lasciarono Montebello quando nel 1867 fu messo all’asta ed acquistato da un nobile del luogo che ci mise ad abitare qualche famiglia di contadini. Nel 1957 se ne andarono anche i contadini e il monastero abbandonato divenne cava di materiale di recupero.
Da dieci anni Montebello ha ripreso a vivere. Gino Girolomoni, nato poco distante, nel comune di Isola del Piano, ha cominciato con alcuni amici portando via le macerie, ricostruendo muri e pezzi di pavimento, rimontando porte e finestre. Lui, emigrante, operaio alla catena di montaggio, dirigente industriale, sindaco per dieci anni ad Isola del Piano, a venticinque anni si è messo a fare il contadino. In collina, a 600 metri d’altezza, 35 ettari con distese di ginepri e ginestre da sradicare, senza strada, sena luce, contro tutte le regole del buon senso. “Tra i ruderi del monastero passavo le mie giornate da ragazzo; qui sotto, a trecento metri di dislivello, c’è la casa dove sono nato, qui si respirano la storia e la cultura dei miei padri, dei contadini da sempre. Mi è sembrato l’unico posto dove cercare una sistemazione definitiva per condurre una vita senza frustrazioni e falsi modelli. Una vita con delle radici e motivi validi per cui spenderla. E non poteva lasciarmi indifferente il fatto che ci avessero vissuto venti beati, anche loro cominciando da zero e edificando un luogo di santità”.
Così Girolomoni spiega i motivi che l’hanno indotto a ritornare alla terra, a rimettere in piedi il monastero, a farne la dimora della sua famiglia ed il centro motore di un’esperienza singolare quanto significativa. Con queste ragioni nel cuore ha dato vita assieme agli altri agricoltori della zona, alla cooperativa Alce Nero.
“L’abbiamo battezzata col nome del glorioso capo indiano della tribù Orlala – spiega – per la “similitudine politica” degli indiani d’America con i contadini italiani: non contano niente ugualmente”. A un tiro di schioppo dal monastero c’è la stalla (60 vacche da latte e marchigiane da carne), il mulino a pietra per macinare il grano (520 quintali di tenero, 570 di duro nel 1981), gli impianti per produrre il mangime, i silos; tutt’intorno campi coltivati a frumento, orzo, segale, sorgono due ettari di vigna, il bosco. “Siamo pochi, cinque famiglie di coltivatori diretti che mettono insieme i prodotti e ne curano la trasformazione e la commercializzazione. Cosa nascerà da questo non so, ma è già una realtà che dal ’77 vive e ci fa vivere e ci soddisfa. Abbiamo raggiunto il primo risultato che è quello di aver rimesso le radici in questo posto e di averle viste attecchire, dopo che se n’erano andati prima i monaci e poi i contadini”. E poi lui ha voluto scriverla, questa avventura a lieto fine, raccontandone l’epopea in un libro che ha intitolato: “Ritorna la vita sulle colline”.
Dentro la scelta agricola, quella biologica. Niente concimi né antiparassitari né anticrittogamici chimici. Le rese per ettaro sono quasi competitive con quelle dell’agricoltura industrializzata, anche se a 600 metri di quota non si può pretendere troppo. “La scelta è biologica? È una questione di onestà. Ormai la chimica domina tutto, tutti usano i suoi prodotti e così si perpetua il mito dell’abbuffata e dello spreco. Sono veleni, sono la droga della terra, ne esaltano la potenzialità, ma la lasciano sempre più povera, esausta e malata e per continuare a produrre di più ha bisogno di dosi sempre più potenti, proprio come un drogato. Quello che dai al terreno va a finire negli alimenti, te lo mangi… ci stiamo silenziosamente avvelenando tutti, capisci? E nessuno fiata, molti contadini si rendono conto dl problema, ma ormai ci hanno fatto l’abitudine, non vogliono correre il rischio di cambiare. Tu mi paghi a chilo, io ti devo vendere i chili. Chi se ne frega della qualità! Bisogna produrre, e allora giù con i fertilizzanti chimici che gonfiano il chicco, il frutto, i venti milioni di uomini e avvelenano la terra, le acque, in un ciclo continuo di mostruosità. Questo per garantire a tutti il diritto di campare in serie”.
Non basta produrre biologicamente, bisogna seguire il prodotto fino a quando arriva sulla tavola del consumatore; e poi vendendo direttamente senza intermediari, si riesce a far quadrare il bilancio. Così, integrando il loro grano con quello acquistato presso altri contadini che usano gli stessi metodi, quello di “Alce Nero” lo trasformano in farina integrale di grano tenero e, servendosi di due pastifici vicini, in pasta di grano duro. Vendono 50 quintali di pane integrale al mese nella provincia di Pesaro, riforniscono di pasta e farina 150 punti vendita in Italia e all’estero. Ad Urbino è aperto da quattro anni un negozio per la vendita diretta. “Così riusciamo a sopravvivere anche producendo un po’ meno. I prezzi? Certo sono più alti, ma il confronto va fatto sugli elementi nutritivi presenti in quello che si mangia. La “necessità” di mangiare tanto nasce da un’immagine propaganda della pubblicità dal modello consumista, ma anche dalla povertà nutritiva dei prodotti che consumiamo. Le abitudini alimentari degli italiani sono sballate, mangiamo troppo e male: anche di questo si deve tener conto quando si mette il dito sulla piaga del deficit agroalimentare nazionale”.
Nel monastero Girolomoni vive con la moglie e figlio, e con tanta gente che viene a trovarlo per conoscere “Alce Nero” e per respirare un’aria diversa. Ha ospitato due convegni con la presenza di studenti, contadini, intellettuali, per discutere di metodi biologici (in “Lezioni di agricoltura biologica”, che si può richiedere alla cooperativa, via Montebello, Isola del Piano, Pesaro ha raccolto gli interventi di numerosi autorevoli esponenti: Aubert, Garofano, Totti al convegno ospitato nel 1978), per ricordare il beato Pietro Gambacorta, per promuovere interesse verso la campagna e verso la cultura contadina. “Non quella degli antropologi – protesta Gino – che scrivono su carta patinata, non ci interessa ce ne sono già troppi che mistificano su questi argomenti. Dicono che la cultura contadina è morta o superata ma io conosco centinaia di persone che lavorano la terra, che sono vive e vegete e memori dei loro valori, delle tradizioni che si portano appresso e che hanno un mucchio di cose da dirci e da insegnarci. Sono capaci di farsi il vino, il pane, gli attrezzi, conoscono a meraviglia un sacco di tecnologie semplici, vivono la solidarietà reciproca in modo esemplare. Non è cultura, questa?”.
Non è una fiaba, una fuga dalla realtà, un’ambigua utopia. Sulle colline di Urbino “Alce Nero” vive, parla, provoca, cerca compagni per un viaggio scomodo ma che da senso alla vita. Chi passa da quelle parti non può non fermarsi.