ISOLA DEL PIANO: IL FASCINO DEI VECCHI ATTREZZI AGRICOLI

Il Resto del Carlino

Alberto Calavalle

domenica 01 luglio 1973

Fa quasi “tenerezza” la mostra dell’antica civiltà contadina se si pensa ai problemi che in questi giorni vengono trattati al convegno ecologico di Urbino - Nostalgia per un mondo che sta scomparendo
Urbino, 30 giugno
Nell’ambito della conferenza nazionale per la conservazione dell’ambiente naturale promossa con ampia disponibilità di mezzi dall’ENI in Urbino, assume particolare significato la mostra dell’antica civiltà contadina di Isola del Piano. Una mostra che suscita un senso di tenerezza , perché organizzata quasi in sordina, da gente che crede nei tempi di una volta, una mostra che non poteva essere più di così adeguata e inserita nelle manifestazioni urbinati. Aggirandoci nelle sale dell’esposizione e ammirando gli umili oggetti esposti, sembra che qui tutto voglia dire di no alla civiltà tecnologica, alla mentalità industriale di oggi, che tende a produrre al massimo delle possibilità e a identificare nel profitto la propria potenza, l’ideale della propria esistenza.
Qui i semplici arnesi che vanno dall’arcolaio all’aratro in legno, dal cesto di vimini alla sedia impagliata, dalla macina in pietra  scalpellata, alla lucerna di latta, sono tutti usciti dalla non catena di montaggio di una fabbrica che vanta la produzione più elevata, ma dalle mani forti di gente che di lavori dei campi ha visto da  sempre la ragione e il fine della propria esistenza. Questi oggetti che nella loro semplicità e rozzezza agreste non hanno nessuna pretesa estetica, perché sono nati per scopi essenziali e spesso di sopravvivenza come dice Piero Stefani in “ Un’interpretazione del mondo agricolo alla luce della Bibbia “ sono oggetti che hanno  un loro fascino e che tutti vorrebbero tenere con sé per dare calore e vita a una casa in cemento dai pavimenti di marmo e dai mobili di metallo.
Questa riscoperta di oggetti umili usciti dalle mani di gente semplice e questo interesse a possederli, attestano in fondo un certo senso nostalgico dell’uomo di oggi per una civiltà che sta morendo e proprio questo senso nostalgico potrebbe riuscire a salvarla.
Il grido d’allarme lanciato dall’ ENI di Urbino ci induce a riflettere che il bene supremo della vita è messo in pericolo dal progresso insensato e vertiginoso che l’uomo ha messo in atto tutto proteso verso la civiltà del benessere. Forse occorre trovare una meditazione tra l’umile oggetto creato in giorni di paziente lavoro  da un agricoltore di un vecchio borgo medievale che produce in un’economia familiare autosufficiente e i lunghi serpenti di auto che si snodano per le nostre strade e che sono uscite da catene di montaggio protese in una gara allo spasimo per produrre di più a ogni costo.
Per qualche giorno Urbino ha sbarrato le sue porte e ha detto di no alle auto che sono rimaste ferme intorno alle sue mura in vaste distese di tetti lucenti, ma domani quanti di noi saranno disposti a rinunciare agli agi di un mondo che oggi inizia nell’università di ricerca di risorse sempre più scarse e sempre più necessarie in questa folle corsa alla ricchezza e a un benessere che non ammette limiti?