"IN OGNI GERMOGLIO VEDO IL SOFFIO DI DIO"

Fraternità di Romena
Anno XV n. 3/2011

È il fondatore di Alce Nero, cooperativa faro dell’agricoltura biologica italiana. È un uomo che dedica la sua vita a ripristinare un rapporto corretto, equilibrato, giusto tra la natura e chi la coltiva. L’incontro con Gino Girolomoni, il suo stile di vita, il suo pensiero.

“La mia più grande fortuna è di avere vissuto l’infanzia in un mondo che non c’è più, e che viveva di valori rispettosi della persona e della natura. Un mondo che durava da settemila anni”. Chi parla è Gino Girolomoni, ‘padre’ del biologico italiano, fondatore della cooperativa Alce Nero.
“Avevo sentito il grido di dolore della natura dovuto all’ingrato comportamento che gli uomini avevano nei suoi confronti: coltivazioni intensive, prodotti chimici sempre più usati, non rispetto dei ritmi naturali per seguire logiche di mercato redditizio; un disastro”.

Sin dall’inizio degli anni Settanta Gino dona nuova vita al monastero di Montebello, nell’altopiano delle Cesane, tra Pesaro e Urbino, e insieme alla moglie Tullia lo ristruttura, porta al colle i suoi animali mosso dal desiderio di imparare a fare il contadino.

“Mi sono stati necessari dieci anni per imparare il mestiere”, racconta Gino, che a questa terra continua a donare il suo amore incondizionato: “Montebello è diventato l’angolo di mondo in cui sono venuto a vivere e dove ho fatto mettere le radici a tutte le cose che ritenevo utili alla mia visione del mondo. Questa visione è diventata un programma condiviso dalla mia compagna Tullia, poi dagli amici, dai soci, dai miei figli e prevedeva di ricostruire un antico monastero e vivere di agricoltura. Agricoltura buona però, quella che non inquina i suoli, i cibi, le acque, l’aria. Nel corso degli anni abbiamo dato a questa agricoltura il nome di biologica, quello che la riguarda è un mondo benemerito, fatto di gente che crede ancora negli ideali, nell’onestà, nella pulizia, nel futuro”.

Nel tempo viene costruita una stalla, un mulino, un pastificio e, per ultimo un magazzino in legno con le tecniche della bioedilizia. Si alleva bestiame, si coltivano cereali soprattutto, da decorticare oppure da trasformare in farina o pasta.

Gino si è fatto custode di questo pezzo di terra, della sua gente mossa da valori puri, semplici, fatti di gesti. “La cooperativa Alce Nero voleva essere la risposta alle domande che l’esodo dalle campagne aveva suscitato: se i nostri padri sono vissuti nelle montagne e nelle colline e nei posti più sperduti, senza strade, senza acqua in casa, senza energia elettrica, senza telefono, senza soldi, ora che disponiamo di tutte queste cose, possibile che non siamo capaci di ricavare un’economia, che consenta di vivere anche in quei due terzi del territorio italiano, che la cultura dominante prende in considerazione solo per il tempo libero?”.

La cooperativa invita gli agricoltori a restare nelle loro terre, a vivere del loro lavoro, ad abitare di nuovo case abbandonate. Quella campagna torna dunque a vivere e richiama l’incontro tra la terra e l’uomo che va fecondato, ascoltato, respirato.

Dopo trent’anni una buona parte della superficie agricola di quei luoghi viene coltivata col metodo dell’agricoltura biologica. Questo tipo di agricoltura parte dai presupposti della qualità del prodotto e della salute dell’uomo e dell’ambiente. Il suolo anziché supporto da sfruttare, viene considerato organismo vivente con bisogni da rispettare. L’agricoltura biologica non nasce dal nulla. L’uomo coltiva mescolandosi alla terra fino a trovarci un suono, una melodia. Dona uno sguardo contemplativo alla vita, che spinge dal basso, dalle radici.

Gino custodisce e coltiva questa terra. La coltiva e poi la custodisce ancora. Veglia. Attende sulla soglia. Non invade, non s’impone. Attenede. Osserva la preghiera della terra: “E Dio disse: ‘La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie’. E così avvenne e Dio vide che era cosa buona (Genesi 1,11). Nella nascita delle piante – sottolinea Gino – vedo veramente il soffio di Dio. Che poi negli animali (pensate agli uccelli) si rafforza e nella vita umana raggiunge addirittura una perfezione sublime, il contenitore della gioia, della felicità, della sapienza, della speranza e anche del dolore purtroppo, che però è stata la nostra estrema libertà a inserire nella storia del mondo perché “i suoi occhi sono troppo puri per vedere il male”. La vita umana che racchiude l’anima, lo scrigno pieno di onde che ci può portare verso Dio”.

Mi piace pensare a Gino e ai contadini che attendono la pioggia per la loro terra, attendono il vento per far viaggiare i semi, attendono il sole per far respirare e crescere. Gino attende sulla soglia in penombra e con una mano leggera protegge, rispetta, invita e accoglie ogni tempo come una benedizione: la pioggia, il sole, il ghiaccio, la neve… tutto è benedetto dal tempo e tutto serve.

E così questo custode della terra, racconta il flusso delle stagioni: “In primavera le piante e i fiori sono impazienti di sbocciare. I germogli sono già nati in autunno, anzi sono i germogli che fanno cadere le foglie, e questa scoperta l’ho fatta a quarant’anni, sorprendendomi non poco. Anche il germoglio degli alberi che sbocceranno in primavera, se scavate un poco tra cielo e terra, vedreste che è già pronto come per esplodere di vita e di forza. Provo sempre meraviglia nell’abbassarmi fino a terra e vedere la forza che esprimono un fiore, un’erba o una pianta che stanno per nascere. E sono convinto che anche i vegetali abbiano un’intelligenza, che vibrino di gioia e di paura. Anche l’acqua possiede questa memoria primordiale. Anche i muri di una casa fatta di legno o di terra cotta o di pietra.

La terra ha un segreto. Custodisce la vita, i suoi movimenti. Ogni movimento di una zolla è un movimento di vita. Nei silenzi dell’inverno, mentre la terra culla i suoi semi, la vita segue il suo corso e ci trasforma dal di dentro.

In fondo Gino, con la sua scelta di custodire e rispettare la terra, ci racconta che i piccoli movimenti della terra sono segno di fedeltà alla vita. E la vita parte dalle radici. Potremmo scavare, cercare, seminare un nuovo sentire insieme alla terra, come lui e i suoi compagni di viaggio fanno a Montebello. “I luoghi dello spirito” racconta ancora, “sono difficili da coltivare, non si sa mai cosa piantarci, quali concimazioni, quali trattamenti. Piante, erbe, fiori, alberi ci difendono dalle conseguenze della nostra stoltezza che ha privato il corpo della propria pelle”. Accettare i frutti della terra, non sfruttarla: questo è amore.

Ed è con amore che Gino con la cooperativa Alce Nero e la sua scelta di custodire le terre di Montebello, ci sta invitando a essere consapevoli che l’agricoltura biologica e biodinamica sono la cura per le ferite profonde della campagna, che coltivare la terra avvicina la vita e che custodirla con i gesti la rende abitata, fedele.