IL GINO PROFETA IN COLLINA

il Sabato

23-29 gennaio 1982

Per arrivarci bisogna percorrere chilometri di stradine polverose. Ne vale la pena: troverete un uomo vero e tanti altri venuti per imparare

Bisogna andarli a cercare gli uomini che possono rivelare l’animo più profondo di questa terra. Gino Girolomoni ad esempio che più di altri ha saputo far giungere la sua voce, al di fuori della regione natia abita a casa del diavolo!
Dalla realtà urbana di Pesaro e di Fano, che costituisce una sorta di prolungamento della costa romagnola ci si deve inoltrare rapidamente nell’interno, lungo la superstrada che conduce alla capitale che si abbandona prima di Fossombrone. Dopo c’è da seguire alcuni chilometri per stradine silenziose, piccole frazioni dove la gente si aggira con calma, ci si sente già immersi in un’atmosfera diversa. Le colline se ne stanno a loro agio sotto il sole grigio dell’inverno. Alle porte di Isola del Piano – un piccolo comune agricolo – una scritta discreta sul legno indica la strada bianca per il Monastero di Montebello. È lassù, infatti, che Gino girolomoni vi è ritirato a vivere e a lavorare dopo aver fatto il sindaco ad Isola (dov’è anche nato), per quasi dieci anni, amato dalla gente, ma sempre guardato di sbiego dagli uomini di partito che antepongono le logiche di potere ai valori.
Ci sono diversi chilometri e più di trecento metri sul dislivello tra il campanile dl paese e il monastero, fondato nel ‘300 dal figlio di un signore pisano, certo Pietro Gambacorta (che la chiesa ha proclamato beato); trecento metri che Girolomoni fin da ragazzo, sognando nella casa paterna, ha pensato sempre di superare. Si continua a salire senza scorgere nulla, affidandosi ancora a quell’unico cartello iniziale, finché  eccone come per fortuna un secondo: un’ultima impennata a sinistra e mi ritrovo davanti la facciata in cotto del monastero, che se ne stava appartato tra la boscaglia, restaurato mal sopporta a suo fianco le mura a brandelli della chiesina. Ci si aggira attorno al grande spiazzo verde del colle che tutti gli altri sovrasta: gode infatti Montebello, come dice la leggenda – “d’esser rimasto intatto e libero dall’acque dell’universal diluvio”.
Poco dopo arriva Girolomoni con un bel colbacco in testa, di ritorno da Urbino dove ha un punto vendita per i prodotti della cooperativa agricola Alce Nero, che egli ha fondato. Ci parla dei problemi quotidiani che l’assillano, interessi e debiti da pagare, difficoltà burocratiche che s’aggirano sempre sul terreno di chi vuol costruire qualcosa di nuovo. Poi le cose pratiche si stemperano per lasciar posto alle motivazioni di fondo della sua esperienza. Girolomoni sta diventando, infatti, simbolo di un’anima della regione che non accetta la distruzione della propria storia (nel dirompente passaggio dalla società contadina a quella industriale) perché ha desiderio di esprimere in forme nuove valori che diano una consistenza alla vita moderna.
Al monastero – dove egli vive con la moglie Tullia ed il figlio Samuele – sono cominciate a salire persone di ogni genere alla ricerca di un sapore e di una nuova appartenenza. “C’è un popolo – dice Girolomoni – composto da quelli che cercano un “popolo” e che non sono necessariamente cristiani, che amano la non violenza e cercano la verità”. Sono saliti sin qui anche intellettuali e scrittori per interrogarsi “se vale la pena impegnarsi per una società come questa”, tema del primo degli incontri di Montebello, i cui atti sono stati pubblicati dalla Jaca Book.
L’originalità di Girolomoni sta nel fatto che non vuole solo produrre grano duro per fare la pasta, ma anche mantenere vivo e promuovere un significato vero per la vita dell’uomo, che ha anche raccontato nel suo libro “Torna la vita sulle colline”. Il suo spirito è incrollabile il suo linguaggio semplice ma anche arguto e beffardo.
Egli ha lasciato laggiù in basso, gli uomini che si muovono sul terreno ideologico per favorire quassù a Montebello l’unione delle “forze amiche” come egli le chiama, in un lavoro per una speranza comune.
“E’ necessario che coloro che hanno intravisto una possibilità di salvezza – dice Girolomoni – si vedano, si incontrino, si parlino, non rimangano isolati. Non so per che cosa ma anche solo per il fatto di parlare la stessa lingua”. Di questo c’è bisogno nelle Marche come altrove.