IL BIOLOGICO COME STILE DI VITA

L’Altra Pagina
Elide Ceccarelli
giugno 2012

L’esperienza della cooperativa marchigiana Gino Girolomoni
Sono partita alla ricerca di Alce Nero capo indiano della tribù Sioux, attratta dal fascino di questo maestro spirituale e da una mia curiosità: cosa c’entra Alce Nero con un’azienda produttrice di pasta biologica?

Provincia di Pesaro Urbino, località Isola del Piano, colline marchigiane, tenuta di Montebello. All’arrivo, complicato dalla mancanza di indicazioni stradali, mi trovo di fronte a un grosso capannone di legno in mezzo al verde delle colline. Mi accoglie Giovanni, un ragazzo di 29 anni, figlio di Gino Girolomoni che, insieme a un fratello e a una sorella, ha ereditato l’attività in seguito all’improvvisa morte del padre, appena due mesi fa. Da allora l’azienda è stata ribattezzata “Cooperativa Gino Girolomoni” in onore del suo fondatore e ispiratore.

La storia comincia nel 1971 quando Gino, già sindaco di Isola del Piano a 23 anni, snte l’esigenza di una scelta, decisamente in controtendenza per quegli anni caratterizzati dall’abbandono dlle campagne verso le città: creare un’azienda agricola in cui ritrovare l’identità rurale perduta. Firma un contratto di comodato per l’utilizzo del monastero di Montebello, in stato di abbandono, e con coraggio e determinazione va a viverci con quella che sarà la sua compagna di tutta la vita, Tullia, e altri amici che condividevano con lui il progetto.

Già nel 1977 nasce la “cooperativa Alce Nero” il cui nome era ispirato al capo indiano del South Dakota la cui vita, simbolo della tragedia del nativi americani, è stata caratterizzata dalla transizione tra il “vivere in armonia con la propria terra nativa” e “venire combattuti e cacciati per essere chiusi in riserve” parallelamente all’esperienza dei contadini del centro Italia scacciati dalle loro terre con la violenza fisica ma ancor più psicologica. L’intuizione di Gino Girolomoni però è principalmente nell’aver capito che l’attrazione della città non era motivata da pure ragioni economiche ma da trasformazioni di carattere culturale. La scuola non aiutava i ragazzi a capire l’importanza di un rapporto profondo con le proprie origini e con l’ambiente naturale, così lui organizza corsi di formazione, incontri, seminari e convegni, a cui partecipano intellettuali del calibro di Carlo Bo, Sergio Quinzio e altri, per conoscere a approfondire la questione, riportando contemporaneamente vita su colline che l’avevano perduta. Inizialmente la produzione era soprattutto di latticini e formaggi e quindi di allevamento di vitelli. Poi, dovendo seguire le esigenze del mercato che chiedeva farina integrale per il pane e la pasta, e essendo la vocazione di quei terreni proprio di produzione cerealicola, si è passati alla produzione di alcuni grani scelti per fare pasta biologica e integrale, venduta soprattutto sul mercato estero, e che oggi rappresenta il 90% di tutta l’attività produttiva dell’azienda.

Ma non si trattava solo di produrre pasta con criteri biologici, cioè senza l’utilizzo di additivi chimici che la avvelenano, ma di recuperare uno stile di vita la cui ispirazione per Gino Girolomoni ha radici religiose. Così, sulle tracce del passato della civiltà contadina, torna alla valorizzazione e produzione di grani antichi, non utilizzati nelle produzioni industriali che , si sa, cercano il massimo rendimento per il massimo profitto. Nella filosofia dell’azienda di Gino invece c’è la necessità di produrre farine, e quindi pane e pasta, col miglior valore nutritivo e nel pieno rispetto dei cicli biologici di crescita e trasformazione. E così si seleziona il Farro Dicocco, un cereale antico e poco sfruttato dall’industria tradizionale, e si valorizzano due grani: Gaziella RA e Senatore Cappelli. Il primo proveniente dall’Egitto, il secondo diffuso in Italia agli inizi del secolo scorso e poi abbandonato perché troppo alto e quindi soggetto ad “allettamento”, che ha caratteristiche nutrizionali notevoli.

Entrare nei capannoni dove si svolge la produzione di pasta è come entrare in un reparto di terapia intensiva di un ospedale. Indossati camice e cuffietta, entriamo in un ambiente imponente dove regnano pulizia e ordine. Le filiere di pasta sono due, pasta lunga e pasta corta, che lavorano a ritmo continuo dal lunedì al venerdì, con tre turni giornalieri di otto ore, per una quarantina di operai. A fianco ci sono i silos per la conservazione delle farine e in magazzino dove viene stoccata la pasta, pronta per la consegna verso paesi come Germania, Svizzera, Austria, ma anche Stati Uniti e Nuova Zelanda.
Fuori il paesaggio collinare rivela, tra gli alberi, la presenza del Monastero e poco più in là la locanda, dove si preparano i pasti, rigorosamente biologici, per gli ospiti dell’agriturismo. La vista aerea del Monastero ha offerto l’ispirazione per il nuovo marchio della cooperativa: una sorta di Q squadrata di color arancione. Sei anni fa infatti in seguito a un tentativo di consorzio con altre società, andato fallito per incompatibilità di vedute, Gino Girolomoni aveva dovuto giocoforza cedere i diritti sul marchio “Alce Nero” (la sagoma nera del cavallino con l’indiano). La perdita era stata dolorosa, ma, coerentemente con una concezione armoniosa dei rapporti umani e in considerazione della fatica anche economica che una battaglia legale avrebbe comportato, si era giunti a una soluzione pacifica, che gli consentì la vendita della propria quota contro la cessione del marchio.

Da allora Alce Nero è una cooperativa di commercializzazione di prodotti agricoli biologici che non hanno niente a che vedere con l’esperienza marchigiana della famiglia Girolomoni, che si contraddistingue per aver fatto della propria attività un punto di partenza per la ricostruzione di rurale, senza il quale si smarrisce l’orizzonte di senso. “Il biologico – dice Giovanni – è solo una delle attività, occorre dedicarsi anche alla produzione di energie rinnovabili, al risparmio energetico, all’utilizzo di medicine dolci e della bioarchitettura, ecc.”. E infatti il magazzino di legno è in bioedilizia, il tetto è coperto di pannelli fotovoltaici, a pochi metri gira una pala eolica, che insieme ad altre tre contribuirà alla produzione di energia sufficiente a coprire almeno il 50% del fabbisogno che è molto alto per un pastificio. “La scelta di collocare il pastificio tra i campi stessi di produzione di cereali, anche se scomodo da raggiungere per i lavoratori, nasce dall’esigenza di ridare vita a una collina, a un territorio che era stato scartato, emarginato. Oggi si è ristabilito l’equilibrio precedente l’abbandono delle campagne, con una quarantina di persone che lavorano e, in parte, vivono a Montebello. E inoltre l’acqua è più pura perché non c’è nessuno sopra che la inquini”.

Insomma l’esperienza legata a questa avventura familiare, economica, culturale, emozionale è intensa, con i piedi e le mani sporchi di terra e lo sguardo rivolto in avanti, oltre le colline, dove la realtà mondiale non è mai sottovalutata. Con un mercato nazionale che solo per il 3% è biologico, una grande distribuzione totalmente disinteressata, una domanda estera che ha aiutato, insieme alla brezza delle colline marchigiane, a smorzare i riflessi della crisi. Tante sono le lotte che solo con una profonda convinzione e fede sono state affrontate, come quando nel lontano 1981 l’azienda dovette subire un processo perché accusata di ‘produzione, detenzione e spaccio di pasta integrale’, vietata da una legge degli anni ’50. Per qualche tempo aveva dovuto stampare sui pacchetti la dicitura ‘integrale di grano duro’ senza utilizzare la parola pasta! Era il 1980, quando invece una ispezione del Nas portò al sequestro di 400 quintale di pasta e alla formulazione dell’accusa di ‘frode in commercio’ motivata dall’utilizzo dell’indicazione ‘biologico’ sulle confezioni. Il mondo non era ancora pronto, le leggi italiane ancora non regolamentavano il settore e la mentalità diffusa faticava ad accogliere novità in contrasto con il miraggio della modernità. Gino Girolomoni ha distanziato tutti, semplicemente seguendo i propri sentimenti e la consapevolezza che l’essere umano difficilmente si sarebbe affidato ai ritmi frenetici della mondializzazione. La cooperativa ‘Gino Girolomoni’ è un esempio di utopia concreta, alla faccia di tutti gli scettici che pensano che esistere, in una società come la nostra, non può prescindere dal seguire le regole di un mercato disumanizzato.