GIROLOMONI, MONACO CONTADINO

Avvenire 16 ottobre 2014

 

Riccardo De Benedetti

 

La storia del contadino Gino Girolomoni non appartiene certo a quel mondo dei vinti nel quale Nuto Revelli incastonò la vita dei contadini delle Langhe, stretti tra guerre e spopolamento; tra miseria e industrializzazione. Anzi, si potrebbe dire che la sua storia inizia proprio dove quella di Revelli finisce. In un’altra porzione di terra italiana, stretta tra monti e mare, tra culture millenarie e dimenticanze recenti, tra rovine di antichi conventi e deboli segni di rinascita, a Isola del Piano, a destra del Metauro e a venti chilometri da Urbino.

E non è solo una storia di riscatto economico e resistenza alle cattive condizioni della vita contadina, con tanto di militanza politica e amministrativa (negli anni 70 fu sindaco del suo paese). Inizia con un’eredità familiare, quella dei genitori Olindo e Rina, fatta di tradizionale saggezza, tenacia nel lavoro e fede cristiana, e si conclude nel 2012, anno della sua morte, con la consegna ai tre figli (Samuele, Giovanni Battista e Maria), avuti dall’amatissima moglie Tullia, degli stessi valori, accresciuti e se possibile resi ancor più consapevoli. In mezzo una vita nella quale il ritorno alla terra, la riscoperta delle sue esigenze profonde, diventa innovazione feconda e produttiva di impresa e benessere, nel senso largo del termine.

Gino Girolomoni è il fondatore e creatore della prima azienda italiana di agricoltura biologica, «Alce nero», ispirata non solo al rispetto della natura e alla sua custodia, ma anche alla valorizzazione di ciò che l’uomo, questo uomo, concreto, con la vanga e le mani bagnate dal latte appena munto, possono fare per renderla segno della volontà creatrice di Dio che si perpetua nel lavoro dell’uomo.

Da adolescente Girolomoni sa che la consegna tradizionale dei valori familiari si sta interrompendo, che bussano alla porta della sua generazione istanze che sradicano, allontanano e cancellano tutto ciò che l’uomo ha costruito nel tempo per garantire la propria esistenza e, insieme, quella del grembo fecondo da cui tutto ciò origina. Altre le fonti alle quali l’uomo dice di volersi abbeverare e dove, al contrario, troverà motivo per sentirsi sempre più affamato e assetato, malato anche.
A differenza di altri, di molti altri, legioni, Gino non si limita a riflettere, pensare, annotare ciò che la lettura della Bibbia e la sua fede gli dice giorno per giorno, ma rimette direttamente in opera quell’insegnamento.

Gino Girolomoni agisce, pensa e parla nella lingua della Bibbia. Qualche volta in dialetto, altre, sempre più spesso e con il fascino privo di ambiguità della persona semplice, incontrando la teologia, la letteratura, la poesia, la filosofia. Fin dall’inizio la sua impresa, che produce il cibo sano della terra rispettata e compresa nei suoi ritmi e nelle sue pause, è innovativa, rivoluzionaria. Apre il mercato delle colture biologiche, lo fa rischiando sequestri e fallimenti e alla fine vince, impone di fatto uno standard che solo in tempi recenti verrà accolto pienamente.

Ma in questo cammino, che solo apparentemente sembra essere quello di una normale attività che cerca di farsi largo tra le insidie dell’economia globalizzata, Gino il contadino ha modo di incontrare, discutere, accogliere un mondo di scrittori, poeti, filosofi, esperti del cibo in cerca di una nuova patria, insomma, unisce la coltivazione con la cultura. È un esempio unico nella nostra contemporaneità di persona che sa come interrompere la frattura tra coltura e cultura, dove la differenza di vocale è divenuta un abisso di impotenza e lacerazione, insensata e dispendiosa.

Le amicizie di Gino: Lanza del Vasto, Ivan Illich, Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Vittorio Messori, Paolo Volponi, Sergio Givone, Massimo Cacciari, Alexander Langer, Piero Stefani, Emmanuel Anati, Giannozzo Pucci e tanti altri nomi, dei quali non è tanto importante dire ciò che pensano di Gino, quanto ciò che hanno appreso dalla sua inesausta vitalità (va ricordata anche la sua collaborazione ad «Avvenire», giornale su cui tenne una rubrica nel 2003-2004 dal titolo «Hortus»).

Un’avventura che Massimo Orlandi racconta in un libro biografia: La terra è la mia preghiera. Vita di Gino Girolomoni padre del biologico (con prefazione di Vandana Shiva, edizioni Emi, pagine 192, euro 14), denso e veloce, mai ridondante. In queste pagine scorrono anni di lavoro e di scelte, vicissitudini e difficoltà economiche, sempre motivate e sostenute dalla fede in Dio creatore e padre del cielo e della terra.
Girolomoni non è stato un guru, un santone del biologico.

Dice bene il titolo: “padre”. Una paternità consapevole e voluta, cercata come una possibilità concreta di dimostrare l’amore divino nel lavoro dei campi, di quei campi, quelli di Montebello (il cui nome sarà anche quello della sua nuova azienda dopo la cessione del marchio «Alce Nero») nuovamente dissodati dopo secoli di abbandono e trascuratezza. La sua terra è quella dell’antico convento strappato alla rovina con la caparbietà di una vita. Qui non vale tanto richiamare le assonanze di questo modo di intendere la fede (Teilhard de Chardin con il suo La Messa sul mondo, esempio), piuttosto importa sottolineare la coerenza cristiana dell’agire di Gino. La sua fedeltà alla terra è il segno dell’altra, quella riservata a Dio e della quale si nutre.