GIROLOMONI, L’UOMO CHE SUSSURRAVA ALL’ALCE NERO

La Stampa
Guido Ceronetti
28 marzo 2012

Un ricordo di Gino Girolomoni, imprenditore verde kantianamente pervaso di legge morale e cielo stellato

Dis Manibus
Ricordare e pensare sono la stessa cosa. Il disusato Memento mori lo traduci benissimo come «Pensa che sei mortale». Se lo dimentichi sei fuori dal pensiero, perdi il senso dell’essere al mondo.

L’aver tradotto il libro dei Salmi per Einaudi (prima versione in seguito da me ripudiata, 1967) mi portò in dono tre amicizie intellettuali degne di durare, come fu, nei giorni: Guido Piovene, che mi recensì con molto favore sulla Stampa, e poi volle incontrarmi a Roma, dove abitavo, fu la prima. Un cristiano inquieto, cattolico molto atipico, la seconda. Si trattava di Sergio Quinzio, detestato da Elémire Zolla e da Cristina Campo, altri cari miei compagni di pellegrinaggi mentali, da tempo nirvanizzati. Quinzio amava il radicale teologo spretato Ferdinando Tartaglia e aborriva il vegetarianista e pacifista Aldo Capitini, da cui mi separai quando inventò la marcia della pace col padrinato augurale di un vitando come Palmiro Togliatti. Venne a trovarci, mia moglie Erica e me, nella nostra unica stanza al Nomentano, e fumò ininterrottamente per due o tre ore, parlando di Bibbia e di Chiesa. Non osai pregarlo di non accumulare le cicche… Io sono un biblista aperto a tutte le varianti filologiche e d’interpretazione, e ho sempre pensato anche ad altro. Dicevo di essere cittadino di Gerusatene, ed è così ancora. Per Quinzio la Bibbia era il Libro unico. Ma per i vecchi rabbini imparare la filosofia dei Greci era come allevare maiali: io non allevo né mangio maiale, ma senza filosofia greca su quali zampe avrei mai camminato? Quinzio era quasi esclusivamente carnivoro e muratissimo verso la libertà greca. Lo attirava l’Israele più abramico e non gli dispiaceva il dogmatismo islamico. Era un po’ Tertulliano e un po’ Léon Bloy; eppure lo gnosticismo dell’Adelphi lo volle e amò tra i suoi autori, mentre le nostre idee filosofiche sempre più divergevano, e molte nostre lettere tra 1970 e 1990, circa, lo testimoniano.

Pochi mesi dopo il nostro primo incontro, Sergio mi fece conoscere un giovane sindaco barbuto di un piccolo paese delle Marche, il quale aveva un sogno: restaurare un monastero abbandonato in un punto deserto delle Cesane di Urbino, per abitarci con la famiglia e farne un centro di irradiazione del ruvido cattolicesimo di Quinzio. Aveva pochi e insufficienti mezzi, ma l’Italia di allora consentiva ancora di avere idee da creatori di ricchezza all’americana. Il suo nome, in seguito molto noto negli ambienti dell’agricoltura biologica e della piccola benemerita industria familiare e cooperativa (per molti anni il marchio oggi celebre del pellerossa al galoppo Alce Nero fu suo) e degli ecologisti di tutta Europa – era Gino Girolomoni. Era, perché venerdì 16 marzo scorso un blitz fulminante dell’Angelo nero ha portato via, dal suo monastero e da noi suoi ammiratori e amici, Gino Girolomoni, e io mi trovo, voce addolorata, a scrivere questo necrologio.

Mi è difficile tracciare un ritratto di un uomo-poliedro, di un uomo ulisside – meno però radicale del suo maestro Quinzio – come Gino. È stato un imprenditore olivettiano, che si preoccupava del bene verso chi lavorava per lui o cooperava con lui, e pensava, con la saggezza che al tempo di Adriano Olivetti non si caratterizzava di urgenza, alla salvaguardia dell’ambiente e a non peggiorare nutrizionalmente la salute umana. Applicava, glielo dissi una volta, per dissiparne il tormento di dimenticare l’esigenza del progresso spirituale con il crescente coinvolgimento nella produzione e nel commercio, la massima ebraica: «Senza Toràh non c’è farina, senza farina non c’è Toràh» (la legge, l’insegnamento divino).
Nella sua azienda urbinate la pasta entrava farina e usciva impacchettata, senza un segno di fumi tossici, pronta a partire per le destinazioni. Nello stesso tempo il rifatto e mai terminato monastero di Montebello, adattato ad agriturismo di medio comfort, con prossima locanda di ristoro biologico, e a museo archeologico di reperti, ospitava in ogni stagione convegni, mostre, teatro, musica – ora con fini pratici, ora religiosi – che gli procurarono amici come Alex Langer, Ivan Illich, Massimo Cacciari, Vinicio Capossela, e non so quanti e quanti altri che di là passarono. Per anni collaborò col partito dei Verdi, insieme con Grazia Francescato e Alfonso Pecoraro Scanio, finché si stancò di quel girare a vuoto, che ha saziato tutti, tipico della sinistra italiana. In primavera partiva, abbandonando tutto, per il deserto del Sinai, dove lavorava con la missione di Emanuel Anati, convinti entrambi che il monte delle rivelazioni mosaiche si trovasse ad Har Harkòm, dove di certo ci furono insediamenti umani, ma gli oracoli non sono che supposizioni. Quel che conta è non scucirsi di dosso mai un bel sogno. Per me, le rivelazioni di altro dal Visibile se ne trovano ovunque, e là si raggrumano le nostre disperate speranze.
Ora mi domando chi, tra gli eredi e i seguaci, sia in grado in futuro di proseguire l’opera multiforme di questo ombrosissimo accentratore e monarca di tipo papistico-pacelliano. Franklin D. Roosevelt rispose una volta a Ludwig: «…Missione? Io? No, nessuno è insostituibile!» forse, questo vale più per un presidente americano, anche dei più grandi, che per certi uomini e donne pratici e provvidi, kantianamente pervasi di legge morale e cielo stellato, che seguono il loro ideale di bene con pertinacia in piccole porzioni di questo mostruoso pianeta, perfettamente ostile all’uomo e perciò abitato da creature incessantemente bisognose di soccorso, da vicino o ex Alto. Per uomini come Gino, capo pellerossa in perpetuo galoppante per le colline tra la rocca sammarinese e il mare di Porto Recanati.

Noi suoi amici e compagni sempre lo rivedremo così, ostinatamente refrattario a quel che diciamo scomparire. A lui dedico questi tre magnifici versi di Niccolò Tommaseo:

“E il mondo cieco
non saprà di quante vite
era il germe ascoso in te.”