GIROLOMONI, IL PROFETA IN COLLINA

il Sabato

Robi Ronza

7-13 marzo 1981

ATTUALITA’ CULTURALE

Esce un suo libro

L’ Italia è un paese densamente abitato, fatto di montagne e di colline per oltre due terzi del suo territorio. Già questa sarebbe una ragione sufficiente per ritenere cosa da scimuniti la scelta di concentrare tutti gli investimenti, e quindi di spingere il grosso della popolazione, verso le sole zone pianeggianti, facendo delle maggiori quote la sede di pure attività marginali e residue, ovvero intendendole come niente più che uno smisurato ( e maltenuto) giardino pubblico a servizio degli abitanti delle città e dei borghi suburbani. Eppure questa scelta da scimuniti è stata compiuta nel primo dopoguerra da celebrati padri della patria, e popi portata avanti – con una coerenza degna della proverbiale miglior causa – fino alla crisi del 1973 , ed anche oltre.
Abbiamo accennato sin qui ad una ragione puramente quantitativa; ma poi ci sarebbe da aggiungere tutto il resto, ossia il costo umano, culturale ed economico della scelta di cui si diceva. Tutte cose che non riprendiamo qui solo perché ben meglio e più ampiamente sono già state descritti altrove.
Se fino al 1973 – fino a quando sembrava che consumare il più possibile fosse un dovere sociale, e fino a quando si continuava a credere  che i mercati internazionali sarebbero stati per sempre una miniera inesauribile di energia e di cibo a basso prezzo – il modello di sviluppo perseguito sin dal primo dopoguerra aveva comunque il vantaggio di funzionare, dal 1973 in poi esso è divenuto un fardello non solo laido, ma anche ingombrante. Allora da più parti, si è cominciato a rimpiangere non come eravamo, ma come saremmo potuti diventare se si fosse compiuta una scelta di politica economica più originale e creativa, la quale non avesse come obbiettivo il perseguimento di un tipo di sviluppo che non corrisponde né alle caratteristiche naturali del nostro paese, né alla sua storia, né alle sue specifiche risorse.
Senonchè risulta oggi molto difficile tornare a percorrere strade diverse da quelle allora abbandonate, far rinascere e far crescere un’economia ed una società rurali di collina e di montagna di cui ormai restano intatti e vitali ben pochi lembi, ed il ritornare realisticamente alle quali è ora così difficile. In tale stato di cose, l’esperienza di Gino Girolomoni, e di chi altro con lui ha promosso ad Isola del Piano (Pesaro) la cooperativa “Alce Nero”, è una delle più interessanti e significative. Intellettuale perché contadino, e non intellettuale che fa il contadino o viceversa, Girolomoni racconta ne “Ritorna la vita sulle colline” (Jaca Book, L. 5500, in questi giorni in libreria) la storia del suo ritorno alla terra: un difficile, ma desiderato cammino descritto con uno stile che affascina. Così come affascinano la chiave culturale dell’esperienza, tutta centrata sulla rinascita della civiltà contadina a partire dalle sue radici religiose, e la chiave economica, con la scelta per l’agricoltura bio-dinamica e per l’autosufficienza produttiva.
Nel libro di Girolomoni le parole sono pietre, ma non nel senso tombale che Carlo Levi dava a questa espressione. Le parole sono pietre perché nel mondo, che Girolomoni vuol continuare, le pietre sono parole: pietre-parole con le quali, nonostante tutto si può ancora costruire. Girolomoni sarà uno dei relatori del convegno “Prospettive di vita nell’arco alpino”, in programma a Sondrio per i prossimi 7-8 marzo (si veda altrove in questa medesima pagina), che si delinea con uno dei più importanti appuntamenti degli ultimi anni per tutto quanto attiene alla riflessione ed alla comunicazione delle esperienze di ripresa della civiltà contadina e di montagna.