GINO GIROLOMONI

Il Timone
Rosanna Brichetti Messori
22 febbraio 2013

Una fede rocciosa e profondamente cattolica. Ecco cosa ha spinto Gino Girolomoni, recentemente scomparso, a creare una singolare cooperativa e a intraprendere iniziative per valorizzare ciò che Dio ha posto nella natura.

Erano mesi che avrei dovuto scrivere questo pezzo in ricordo di un amico, Gino Girolomoni. Ma, lo confesso, stentavo, perché non riuscivo a rassegnarmi al fatto che il 16 febbraio dello scorso anno se ne fosse andato nel giro di pochi minuti, stroncato da un infarto. Solo due anni prima avevamo pianto insieme la morte di Tullia, sua moglie. Entrambi, un bel poo’ più giovani di me.
Una nuova lacerazione quando ancora non si erano del tutto rimarginate le ferite del lutto. Lui, del resto, da allora aveva nello sguardo una sorta di tristezza che non se n’era più andata, anche se aveva continuato come sempre nelle sue numerose attività. Ma forse il suo cuore, nascostamente, aveva già deciso di mollare tutto e di raggiungere la compagna di una vita là dove convergeva da molti anni quella Speranza che lo aveva sempre sostenuto anche nei momenti più difficili, che non erano certo stati pochi.
Ma forse tutto è davvero provvidenza perché, alla fine, mi trovo a scrivere di lui ora, in quest’anno della fede della quale è stato certo un testimone intrepido.
Sì, perché il coraggio non è davvero mai mancato a Gino, talvolta fino al limite della temerarietà. Ma non poteva fare diversamente perché, in realtà i progetti che intraprendeva, sempre più ardui, innovativi, lontani dal conformismo. E, dunque, facilmente gli suscitavano attorno resistenze, ostacoli, incomprensioni, talvolta invidie che, se mettevano a dura prova la sua pazienza, fattasi sempre più esercitata con il passare degli anni, tuttavia non erano in grado di smontare quella forza che non era solo frutto di carattere ma che aveva una fonte sempre più viva in una fede rocciosa e profondamente cattolica che non mollava mai.
Il percorso della sua vita è stato davvero singolare. Nato in una famiglia contadina, in quelle terre delle bellissime colline marchigiane che circondano Urbino, orfano di madre, morta di tetano, aveva colto la possibilità di studiare fino al diploma di scuola media superiore in un collegio destinato appunto ai ragazzi privi di uno o di entrambi i genitori. Poi, seguendo il percorso che allora suggeriva ai giovani di lasciare le campagne ben poco redditizie per cercare un lavoro sicuro, era emigrato in Svizzera dove era riuscito a farsi assumere nelle ferrovie. Un esito che la famiglia considerava un successo, ma che invece per Gino diventerà presto una sorta di gabbia sempre più stretta. Egli, infatti, non solo aveva nostalgia dell’Italia e della sua terra in particolare, ma cominciava ad avvertire dentro di sé quello stimolo a intraprendere, a creare, ad assumersi delle responsabilità in proprio ma anche in aiuto ad altri, che sarà poi una caratteristica per tutti gli anni a venire.
C’è da dire che la provvidenza, durante il servizio militare – un’altra delle poche possibilità per conoscere il mondo che, insieme al collegio, era allora offerta in quell’ambiente – gli aveva fatto incontrare un altro uomo “singolare”, quel Sergio Quinzio che, finanziere per necessità, scrittore di tematiche religiose per vocazione, lo introdurrà nelle prospettive di una fede cristiana profondamente aggrappata alla Scrittura che Gino abbraccerà in modo sempre più radicale, pur sempre entro i confini dell’ortodossia. La loro amicizia diventerà così intensa che Quinzio, quando di lì a poco resterà vedovo della giovane moglie e con una figlia piccola, accoglierà l’invito di Gino a trasferirsi da Roma nel suo paese marchigiano, Isola del Piano.
Intanto Gino trova il modo per partire lui, ma anche per coinvolgere altri in un progetto che ha per base il puntare sulle risorse presenti in quell’ambiente: cioè un rilancio della civiltà contadina. Anzitutto facendo prendere coscienza dei valori di cui essa era portatrice, ma poi anche cercando vie nuove, in particolare abbracciando la via di un’agricoltura biologica che fosse alternativa a quella chimica che anche lì era ormai prevalsa, riempiendo i campi di concimi artificiali e di diserbanti che stavano avvelenando la campagna e gli uomini che vi lavoravano.
In mezzo a mille difficoltà, nasce così e progressivamente cresce la “Cooperativa Alce Nero” – ora intitolata a Gino Girolomoni – che coinvolge un numero sempre più grande di persone, soci e lavoratori dipendenti che entrano a farne parte. Una vera novità allora in Italia, modello che servirà di esempio sia nel nostro Paese che all’estero. Dimostrazione che (cosa nella quale allora nessuno praticamente credeva) è possibile non solo vivere dignitosamente di agricoltura, se si rispetta la terra e la si lavora bene, ma anche che è possibile creare buon cibo per altri, un cibo sano che a sua volta sia un bene per chi ne fruisce.
Adesso la presenza dell’agricoltura biologica è una realtà ormai affermata, che si è guadagnata un suo spazio e che dunque non meraviglia più, anche se forse è più sopportata che amata. Ma la singolarità di quanto Gino ha fatto è data non solo da quella sua intuizione precoce a cui tra mille sacrifici ha dato seguito, ma dal fatto che alla base di questa sua scelta ci fosse una motivazione religiosa.

Così, prendendo possesso delle rovine, per ricostruirle e riportarvi anche la preghiera, del Monastero di Montebello, appena sopra a Isola del Piano, fondato alla fine del ‘300 dal beato Pietro Gambacorta, egli scriveva: “Penso alle abbazie del primo Medioevo e a quanta gente coinvolgevano: quelli che lavoravano nei boschi, nei campi, negli allevamenti, nelle officine, centinaia di persone che poterono guadagnarsi il pane quotidiano, oltre a un esempio di vita di preghiera. Così è stato per me, che da ragazzo avevo sentito i pianti della campagna piena di ferite, scartata insieme ai suoi abitanti dalle scelte della cultura industriale, con i casolari caduti a pezzi, sommersi dai rovi e dagli arbusti, le chiese abbandonate anche con gli arredi sacri e le città che si venivano trasformando in lugubri e interminabili periferie tutte uguali. Seguendo l’indicazione dei profeti d’Israele che esortavano a salire sull’altura a piantarci uno stendardo, e la tradizione della Chiesa che lo ha fatto per secoli, ho trovato la via da seguire attorno alle rovine di un monastero che potesse diventare riferimento, essere segno di rottura per una strada diversa, la strada stretta e faticosa che si arrampica per il deserto e che intraprende chi vuole uscire dall’Egitto e che magari fa anche rimpiangere la minestra del Faraone”.
Una grande fatica, compiuta spesso in solitudine perché, come scriveva anni dopo: “Bisogna riconoscere che i cattolici sono arrivati con grande ritardo all’appuntamento ambientale. Sì, sono alcuni anni che se ne parla, ma attorno a noi uomini e gruppi da vent’anni si sono accorti che qualcosa stava avvenendo nei luoghi dove viviamo. D’altra parte, se nel Vangelo è scritto che l’albero buono si vede dai frutti buoni, dove sono i frutti buoni dei cattolici nel settore ambientale?”. E ancora: “Nel mondo cattolico non c’è unanimità di giudizio sulla realtà ambientale e quindi non ci possono neanche essere le soluzioni o gli orientamenti. Con questo non voglio dire che dei singoli non abbiano le idee chiare, ma manca una coscienza collettiva”.
Credo che la situazione sia ancora più o meno questa. Mentre posso dire per esperienza personale, perché ho vissuto quasi due anni lavorando con Gino e la sua famiglia all’interno della cooperativa, che quello da lui creato è davvero un esempio di “soluzione”. E credo che quindi avesse le carte in regola per poter dire: “È possibile dar vita a un movimento che possa autorevolmente contribuire a denunciare i crimini contro la creazione e la vita e tolga al distruttore sempre più seguaci”. Affermando al contempo: “In questo itinerario deve essere chiara ‘l’impronta genetica’ dell’essere cristiani, cioè di quelli che credono persino nella risurrezione dei morti. E considerato che non siamo rimasti in tanti, una volta messi a fuoco obiettivi e itinerari, accogliere tutti coloro che si riconoscono in quel programma e vogliono fare un tratto di strada più o meno lungo insieme a noi”.

Devo dire che lui lo aveva già fatto. A Montebello, infatti, negli anni si sono succedute persone di ogni provenienza. Sempre accolte e ascoltate, anche se poi Gino non nascondeva le differenze. Con il sinistrismo ideologico dei Verdi, per esempio o con quelli del WWF, dei quali non condivideva affatto la visione paganizzante e un po’ idolatrica che li caratterizzava. Perché la natura è per l’uomo e non viceversa – sottolineava sempre – anche se proprio per questo egli ha il compito, religioso, di rispettarla.
Ora resta ai tre figli un impegno non facile da proseguire. Ma egli, ne sono certa, non mancherà di aiutarli.