GINO GIROLOMONI IL PATRIARCA DI MONTEBELLO

Il Nuovo Amico
Giancarlo di Ludovico
25 Marzo 2012

ha riportato vita, fede, operosità nell’antico monastero

URBINO – Gino amava definirsi “il Patriarca”. Montebello è risorto per merito suo e dal suo insediamento in quelle che, al suo arrivo, erano le rovine del convento girolomino, aveva giorno dopo giorno ricostruito, mattone su mattone, l’antica struttura, fino a riuscire, ed è stata l’ultima sua fatica, a dare una copertura alla chiesa, evitandole il rischio del crollo. Contemporaneamente aveva dato origine, insieme a Tullia sua moglie, compagna inseparabile e insostituibile di tutte le sue imprese, ad una nuova comunità, nel segno della cooperazione e dell’imprenditoria, diventando a buon titolo in generoso capostipite di una progenie di valorosi che hanno iniziato il riscatto di una terra che aspettava soltanto l’opera attiva e tenace dei suoi figli, convinti assertori e promotori del primato dello sviluppo del territorio con metodi naturali, seguaci delle regole di un’agricoltura che non avvelena i prodotti e non depaupera il terreno, ma lo arricchisce, senza alterarne gli equilibri e rispettando al tempo stesso l’ambiente. A buon diritto dunque Gino era il patriarca di Montebello.

Per Girolomoni tornare al passato è stato aprirsi al futuro e i fatti gli hanno dato presto ragione. Lo ricorda lui stesso, già nel 1981, nel volume “Ritorna la vita sulle colline”, dove ripercorre le tappe che lo hanno portato a vivere e a restaurare il monastero di Montebello e a fare della cooperativa “Alce Nero” lo strumento per dare un futuro a tanti giovani del territorio e a ripopolare zone da tempo abbandonate dall’uomo. Gino non era un giovane di città che si era infatuato della campagna. Egli era ritornato alla terra dopo averla abbandonata perché ne sentiva il richiamo e non riusciva a viverne lontano in quanto faceva parte della sua natura. Egli veniva da una famiglia di mezzadri e non manca di rilevarlo riportando nel libro citato il testo del contratto di mezzadria stipulato tra il marchese Giuseppe Malaspina e suo nonno Getullio nel 1923. Un testo che indica chiaramente le condizioni capestro cui era sottoposto il lavoro mezzadrile che permetteva a malapena, e non sempre, una sopravvivenza stentata alle famiglie.

Anche se nel corso degli anni gli impegni e le attività di Gino sono cresciute enormemente e si sono ampiamente diversificate, egli è sempre rimasto un figlio della sua terra alla quale si è sentito indissolubilmente legato fino in fondo ed il buon senso contadino, la conoscenza dei ritmi e delle regole della natura, la fiera volontà se non la ostinata caparbietà lo hanno guidato nelle sue imprese e nelle scelte da compiere nelle diverse situazioni e nei vari campi in cui si è impegnato ed ha instancabilmente operato. Senza trascurare la religione, la cultura, l’arte, la sete di conoscenza. Il monastero è diventato un punto di riferimento per intellettuali, studiosi, scrittori: Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Carlo Bo, Gian Battista Vicari, Paolo Volponi, Fbio Tombari, sono solo alcuni dei nomi di personaggi che non sapevano sottrarsi al fascino e al richiamo di Montebello. Innumerevole le iniziative, gli incontri, i dibattiti che si sono tenuti, inizialmente nel suggestivo refettorio del convento e poi nella grande sala ricavata in seguito alle successive fasi di restauro della struttura monastica. Era impegnato anche in capo editoriale e manteneva il rapporto con amici, estimatori e semplici conoscenti, attraverso il periodico “Mediterraneo”. Non sono stati pochi i problemi che si è trovato ad affrontare, è stato ceduto il marcho “Alce Nero”, ma c’è stata sempre la ripresa e, con la denominazione “Montebello”, il nome storico, i prodotti della cooperativa continuano ad essere apprezzati in Italia, in Europa e nel mondo. Poi è venuta a mancare l’amata Tullia, la compagna della sua vita e del suo mondo, e qualcosa in Gino si è roto: il suo cuore si è incrinato, ha sussurrato con la voce rotta dall’emozione la figlia Maria nella chiesa del monastero, dove si sono svolti i funerali.

… Adesso egli continuerà a vivere nei figli e in tutti coloro che gli hanno voluto bene, lo hanno stimato, hanno creduto in lui. Gli uomini come Gino sono destinati a non morire mai. “Tutto quello che muore – ha scritto Sergio Quinzio – merita di essere rimpianto”. Tanto più se si tratta di un uomo come lui.


Stella Bio 2012

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