Gino Girolomoni, il contadino della terra e del cielo

Toscana Oggi 13 novembre 2014

di Mauro Bianchini

Un messaggio «straordinario e multicolore». Lo scrive Vandana Shiva, «ambientalista della prima ora», nella prefazione all’ultimo volume di Massimo Orlandi: la biografia di Gino Girolomoni, padre del biologico e straordinaria figura di «monaco contadino» che ha attraversato una sessantina d’anni nel secolo scorso lasciando non un vuoto ma tanto futuro. «Pioniere dell’agricoltura biologica, paladino delle comunità locali uomo dalle grandi passioni – scrive Shiva – testimone di un rapporto religioso con la terra e con la natura».

Il volume di Orlandi, edito da Emi (pagine 192, euro 14), è stato presentato qualche domenica fa a Romena, in Casentino, dove il mio amico giornalista è uno fra gli animatori della Fraternità fondata da don Luigi Verdi e dove, nello stretto rapporto con la natura, è certo più semplice avvicinarsi al segreto presupposto da Girolomoni. 190 pagine che fanno bene, in particolare a chi – e siamo in tanti – sta cercando, con qualche fatica e non poco disincanto, punti di riferimento «altri» anche nel rapporto con una politica oggi decisamente da rifondare.

Nato nel 1946 da una famiglia di contadini in provincia di Urbino, Gino è subito costretto a fare i conti con sorella morte: ha appena 4 anni e perde la mamma. Dopo poco lo mandano in collegio, a studiare: resta lontano da casa per una dozzina di anni; prende un diploma – di perito meccanico – che pare estraneo alle scelte future (ma forse così estraneo non sarà) e accetta di fare il militare solo per non contraddire il babbo che, peraltro, muore subito. Vince un concorso in Svizzera conquistando quello che si chiamava «un ottimo posto»: ma regge appena una settimana. Alla fine dei mitici anni Sessanta, quando tutti fuggono dalle campagne perché il progresso si diceva abitasse altrove, scopre che la sua vita sarà invece dedicata a «madre terra» e che lui, da grande, potrà fare solo il contadino.

Impossibile, in quei tempi, non fare i conti con la politica e lui, Gino, sceglie una strada certo diversa in anni di una «contestazione» poi finita nel piombo: si fa eleggere sindaco.

Sindaco del suo piccolo Comune di campagna. Sindaco per cercare di capire perché, allora, sembrava «moderno» abbandonare la terra. Sindaco per tentare di aiutare la sua gente a restare nelle campagne, a vivere con la terra.

Resterà sindaco, Gino, per una decina di anni. Con intuizioni e scelte, fra cui il primo museo italiano della «civiltà contadina», che lo faranno diventare noto in un ambito anche intellettuale. Scrisse una lettera agli «intellettuali» – alcuni dei quali, da

Ceronetti a Cacciari, da Quinzio a Messori, si fecero coinvolgere in una sorta di cenacolo – e soprattutto si mise in testa una, doppia e collegata, «opera». Rendere vita a un monastero abbandonato (Montebello) sulle colline di casa sua e lavorare con quella che, allora, era una pratica agricola sconosciuta, se non una bestemmia: il biologico.

Contadino «della terra», Girolomoni, ma anche contadino «del cielo»: con una dimensione verticale riscoperta attorno ai 20 anni quando, al capezzale della nonna che stava morendo, Gino legge il Vangelo. E lo rileggerà integrale, antico e nuovo

Testamento, per varie altre volte nel corso di una vita intensa e coerente. Lo leggerà anche con la moglie Tullia, l’amore della sua vita («La nostalgia che ho di te è pari a quella che ho di Dio», scrisse nel 2013 per la Lef in ricordo della moglie morta pochi anni prima). E la passione per la terra, per una terra pulita e liberata da porcherie che anni dopo si sarebbero concretizzate negli Ogm, si può spiegare solo, in Girolomoni, chiamando in causa il Dio creatore. Ecco il segreto di Gino.

Nasce la prima cooperativa biologica in Italia: su input di Giannozzo Pucci si chiamerà «Alce Nero», come il Sioux che guida un popolo capace di darsi del tu con la natura.

Ma la pasta prodotta in biologico ha i suoi guai con la burocrazia: il concetto «integrale» allora non esisteva. Da qui sequestri, multe, ricorsi. Da qui anche debiti e, alla lunga, una situazione che per sanare l’azienda obbligherà a disfarsi di un marchio («Alce Nero») che tanto era costato a un monaco contadino costretto a fare i conti con battaglie molto grandi.

Compresa la morte: quella di Tullia, nel 2009, ma anche quella – prematura – dello stesso Gino nel marzo di due anni fa. Il grande cuore non ha retto, ma la battaglia è vinta: oggi il biologico non solo non è più bestemmia ma è diventato preghiera, ancora di salvezza, strumento per far rifiorire il Creato. Perfino moda.

Alla presentazione del volume, in terra di Romena, ha parlato Giannozzo Pucci (che non si è fatto sfuggire un paragone con don Milani a Barbiana) e hanno portato testimonianze un fratello di Gino, il figlio Samuele e la moglie Silvia.

A una figlia di Gino, Maria, che adesso a Montebello si occupa della locanda e della accoglienza («genuina e sobria, con stile contadino: alto nella qualità e nel rapporto umano»), quando Orlandi ha chiesto di dire qualcosa, è scappata una bella frase

(«Sento un vento dentro») che bene si inquadra nella vicenda del padre. Bella e forte, come forte e bello («La terra è la mia preghiera») è il titolo scelto per il libro di Orlandi. Dedicato a un «un autentico profeta del nostro tempo, capace di ritornare alla terra per trovare il Cielo».