Dialoghi su Gesù: e con le pietre rinasce la fede

Jesus

Vittorio Messori

14 marzo 1982

Incontro con Gino Girolomoni. La singolare storia di un uomo che, dopo aver fatto l’emigrante, l’operaio e l’impiegato, decide di restaurare un antico monastero per viverci secondo il Vangelo, lavorando e pregando, insieme alla moglie e a un figlio di 6 anni che non conosce la TV. All’ombra del beato Pietro da Pisa, fondatore dei Girolamini, una cooperativa che non usa né mangimi né fertilizzanti chimici. Presto un gruppo di intellettuali si unirà alla comunità di Montebello. “Nel cristianesimo c’è tutto”, dice Gino, che diffida dei sacerdoti in crisi e dei giovani con poca voglia di lavorare.
Questa è la storia inconsueta di un uomo d’oggi e della sua famiglia, di un beato del Trecento, di venti altri beati, di centotrentanove abati, di un monastero in rovina e tornato poi alla vita, di quaranta mucche, di un mulino a pietra. E di tante altre cose ancora. State dunque a sentire. E abbiate pazienza se – per arrivare ai nostri giorni e alle colline di Urbino – si partirà dal 1355 a dalle rive dell’Arno, da Pisa. Padrona della città, in quei tempi, era la potente famiglia dei Gambacorta. Pietro, figlio del signore di Pisa e di Niera, donna di gran pietà (aveva una fitta corrispondenza con una religiosa, tal Caterina da Siena), rifiutò le nozze cui era destinato e se ne andò pellegrino per l’Italia, seguendo una chiamata cristiana impellente e nel contempo ancora indeterminata. Girovagò per vari conventi, ma dappertutto trovò la rilassatezza, la mancanza di fervore tipiche di quell’autunno del Medioevo. Decise allora di fare da sé, di ritrarsi da eremita in qualche solitudine. Giunto ad Urbino, gli parlarono delle selve impenetrabili sui monti della Cesane, a una quindicina di chilometri dalla città. Il luogo gli piacque anche per la presenza di inquietanti banditi – politici o comuni – rifugiatisi tra quei boschi: la sua presenza non avrebbe potuto essere di buon esempio a quegli sbandati?
La collina su cui costruì il suo tugurio di pietre e rami di querce si chiamava (e si chiama tutt’ora) Montebello, forse dal latino Mons belli, “monte della guerra”. Il Metauro è vicino, qui si combattè sin dall’epoca dei Romani. Pietro da Pisa voleva vivere sino in fondo la sua vocazione eremitica, ma la fama della sua vita santa si sparse ben presto lontano e altrettanto presto fu raggiunto da una dozzina di discepoli, alcuni dei quali, appunto, banditi convertiti.
Così la storia di Montebello divenne con gli anni il centro di una rete religiosa che, alla morte di Pietro (aveva 80 anni, era il 1435) si estendeva su una ventina di monasteri e romitaggi in tutta Italia. Senza averlo voluto, colui che la Chiesa proclamerà poi beato, era divenuto fondatore di un nuovo ordine religioso: i “Poveri Eremiti di San Girolamo”, detti anche “Eremiti di san Girolamo”, detti anche “Eremiti di Pietro da Pisa” o “Girolamini”. La loro regola diventò persino un punto di riferimento obbligato per altre famiglie religiose. Ad esempio, i “Minimi” da San Francesco da Paola che si ispirarono proprio al beato Pietro. Dopo aver raggiunto i 90 monasteri (nella loro casa romana, sant’Onofrio al Granicolo, morì Torquato Tasso, parente di Gambacorta), per i Girolamini iniziò il declino. Il monastero di Montebello, divenuto coi secoli un imponente edificio, fu confiscato dallo Stato italiano nel 1861. Venduto all’asta a un nobile, fu da questi affittato a contadini che se ne andarono definitivamente nel 1956, lasciando alle sterpaglie, ai vandali, ai ladri quello che per mezzo millennio era stato un luogo di severa preghiera. Triste fine toccò purtroppo ai già gloriosi Girolamini che alla Chiesa avevano dato migliaia di religiosi: nel 1933 il Papa soppresse la Congregazione, ridotta ormai a una dozzina di membri.
Il sipario della storia sembrava dunque calare in modo definitivo su una grande avventura religiosa. “Sembrava”, dico, che per fortuna le vie della storia e della fede sono imprevedibili e sempre sorprendenti.
A poco più di dieci anni dalla fine ufficiale dei Girolamini, in una famiglia di contadini poco sotto la collina di Montebello nasceva Gino, un bambino dal cognome curiosamente affine al nome dell’antica Congregazione: Girolomoni. Sin da piccolo Gino saliva a giocare tra le silenziose rovine del Monastero. Ragazzo serio, appassionato della campagna, quanto a religiosità non andava però al di là della consueta “pratica” contadina. Poi la folgorazione: la lettura del Vangelo, il desiderio di metterlo in pratica senza compromessi, sine glossa. Assieme alla conversione, un’istituzione, un appello pressante, una vocazione: ricostruire Montebello e ridargli vita, non soltanto rimettere le pietre una sull’altra, ma anche riportando tra le mura la preghiera.
Gino oggi è ancora giovane, non ha che 36 anni, ma ha ormai alle spalle più di dieci anni di lavoro ostinato nella direzione che si era prefissa: ma i risultati si vedono e parlano da soli. Gli è stato vicino, in tutto questo tempo, Sergio Quinzio, il biblista, il saggista religioso che egli chiama con affetto “il mio fratello maggiore”.

Contadini e indiani
Siamo saliti a trovarlo, stretto con la famiglia nelle morse della neve: “Qui “, dice, “l’altezza segnata dalle carte è di cinquecento metri, ma in realtà il clima ha la durezza dei mille”. Il Monastero era ancora una rovina quando ci si trasferì con la moglie Tullia, incinta del bambino che – biblicamente – avrebbe chiamato Samuele. Sospira sorridendo Tullia, coinvolta nella vocazione travolgente del marito: “Già da fidanzati Gino mi portava su questa collina, mi diceva che qui voleva abitare, mi chiedeva se me la sarei sentita a seguirlo. Io dicevi di si, ma speravo che scherzasse, che cambiasse idea. E invece…”.
Accanto al monastero ormai in parte riattato (ma resta ancora da por mano all’opera cui Girolomoni più tiene, la ricostruzione della chiesa dedicata alla Trinità) prospera la cooperativa agricola che i soci, capeggiati da Gino, hanno voluto chiamare “Alce Nero”. Perché questo nome, gli chiedo? “Perché”, mi risponde, “i contadini del Centro Italia hanno avuto la sorte degli indiani d’ America, scacciati dalle loro terre con la violenza fisica ma ancor più psicologica. E, come gli indiani, non contano più niente”.
Nella stalla della cooperativa c’è una quarantina di vacche per le quali è escluso ogni mangime chimico: appena possibile brucano libere sulle colline attorno: Accanto alla stalla girano le macine di pietra di un mulino che trasforma in farina un grano coltivato con metodi naturali, biologici, nei molti ettari della zona che erano stati abbandonati dagli agricoltori risucchiati dalla costa e dalle città. Tutto, all’Alce Nero, è fatto come natura e tradizione insegnano, tanto che i suoi prodotti genuini (pasta, formaggio, vino) sono richiesti nell’intera Europa.
Perché, chiedo a Gino, affiancare questa esperienza “biologica” all’avventura religiosa del monastero? “Perché”, risponde, “il discorso è lo stesso. Si tratta di sforzarsi di liberare dal peccato non soltanto gli uomini, ma anche la terra, avvelenata dalla nostra avidità e insipienza”. I Girolomoni, figli entrambi di agricoltori, si battono anche per salvare qualcosa della loro antica civiltà contadina: “Quando Gesù ha voluto parlare al cuore dell’uomo si è servito, nelle sue parabole, di esempi e parole tratte dal mondo dei campi. Il suo stesso lavoro era a stretto contatto con i contadini: sappiamo da Giustiniano martire, che scriveva nel II secolo e che essendo palestinese aveva conosciuto i parenti di Gesù, con la bottega di Giuseppe era famosa in Galilea per gli aratri in legno e per i gioghi degli animali da tiro. Tutta roba da agricoltori”. Girolomoni non è l’ingenuo sprovveduto, il mondo lo conosce: oltre che il contadino ha fatto l’emigrante, l’operaio, l’impiegato. E il sindaco: per dieci anni -  era ancora un ragazzo quando lo elessero la prima volta – è stato responsabile di Isola del Piano, il piccolo paese di agricoltura in agonia nel cui territorio sorge Montebello.
“Ho fatto il sindaco”, dice, “per cercare di salvare qualcosa dell’antica civiltà di queste parti. In realtà non credo nella politica, non credo che la salvezza passi attraverso il solo impegno socio-politico, so che le riforme spesso aggravano i problemi. E so che il futuro assoluto, la salvezza possono venire soltanto da Gesù Cristo, dalla preghiera, dal fare del giorno per giorno il proprio piccolo dovere”.
Anzi, visto come vanno le cose nel mondo, non sembra neppure certo che un futuro ci sarà. “Noi cristiani”, dice, “abbiamo perso il senso escatologico, non prendiamo più sul serio il Signore quando dice che la sua venuta è imminente, che potrebbe ritornare questa notte stessa”. Nella natura lui, contadino, vede segni inquietanti, che sembrano annunciare la fine: “Le piante sono estenuate, la terra spesso non ha più vitalità. Il mondo è ormai vecchio”. Riflette un poco poi, serio: “Chissà, e se fossimo noi quelli della generazione di cui parla San Paolo: quelli, cioè, che non vedranno la morte perché il Cristo ritornerà prima della fine della loro vita?”.
Non si pensi, per questo, al solito visionario apocalittico, al consueto maniaco millenarista. Gino Girolomoni è autore di belle poesie, è scrittore efficace (in un libro stampato della Jaca Book, Ritorna la vita sulle colline, ha raccontato con successo un poco della sua esperienza), è uomo di preghiera; ma in tutto questo, conserva il solito realismo contadino. Uomo di fede crede e lo si scopre con piacere in questo mondo di deperimenti cattolici illuministi – nei segni, nei prodigi, nella misteriosa possibilità che Dio irrompa ancora nella storia. Per lui, la presenza del Sacro è quotidiana: il suo beato rapporto con il Beato Pietro da Pisa – del quale si sene destinato a continuare l’opera – è costante, quasi concreto, come se ancora camminasse con lui nei sentieri attorno al monastero. “Lo invoco, lo prego, lo consulto”, dice con semplicità, “nei lunghi viaggi in camion per la consegna dei prodotti della cooperativa”.
Mentre fuori nevica (non si sa se domani il tratturo per Urbino sarà praticabile), accanto al camino, mi racconta dei segni premonitori: antichi monaci, irsuti eremiti che appaono in sogno a indicare luoghi dove si celerebbero reliquie, a consigliare, indirizzare, ammonire. Mi dice: “Il monastero era ancora in rovina. Ero qui, solo, era il tramonto; sentii un gran desiderio che il carro di Elia venisse a prendermi: Non arrivò. Mentre scendevo al paese trovai dei giovani che salivano di corsa alla collina: “Corriamo a Montebello”, mi dissero spaventati. “Sulla cima abbiamo visto apparire un grande globo di fuoco”. Eppure, quest’uomo che ha tratti sembra uscito dai “Fioretti” medievali, sa muoversi sicuro e fiducioso tra i mutui, i debiti, le cambiali della sua cooperativa, quest’impresa che non solo deve completare l’esperienza religiosa del monastero, ma deve anche assicurare il sostentamento alla comunità – di famiglie e di celibi – che Girolomoni ha in mente. Presto, infatti, tra le mura restaurate del monastero o sparsi attorno nei boschi, lo raggiungeranno altri: intellettuali, soprattutto, attratti da quest’uomo che sa essere anche un intellettuale, ma che rifiuta di esserlo a tempo pieno e vuole restare soprattutto un uomo di preghiera e di agricoltura.

“Un solo partito: la Chiesa”
Sulla collina, la televisione è vietata: così Samuele, 6 anni, è soggetto da studiare quasi in laboratorio. Per sua fortuna, infatti, è forse il solo italiano che mai abbia visto la TV. Il bambino ha così sviluppato la fantasia, atrofizzata invece negli infelici coetanei video-dipendenti. Tra i progetti del padre c’è la creazione di una scola rurale nel monastero, a servizio della comunità in formazione. C’è in Italia una maestra, un maestro, che vogliano salire quassù a tentare un’esperienza di ritorno all’antica cultura e sapienza cristiana? Se si, dice Gino, si facciano conoscere.
“Non ho mai aderito ad alcun partito che non fosse la Chiesa”, dice Girolomoni che tra i crucci più grandi ha il fatto che il nuovo vescovo di Urbino (a differenza di quello precedente, suo grande amico) non è ancora salito a Montebello, dove pure accorrono in visita cristiani da tutta Italia.
Chi è Gesù per lui?, gli chiedo. “E’ tutto”, risponde senza esitare. “E’ il vero Dio per gli uomini. Senza di lui sarebbe non solo impossibile, ma inutile credere in Dio. Gesù è la mèta cui tendere, ed è anche colui che bisogna aspettare ogni giorno, ogni notte. E’ lui il re che deve venire per togliere il male dal mondo. Io aspetto di potermi gettare ai suoi piedi, per chiedergli di perdonare i miei peccati. E anche per ricordargli, se mai occorresse, che ho cercato di restargli fedele, di non farmi coinvolgere dal potere del mondo”.
Singolare l’esperienza di Montebello, anche perché sembra sfuggire alle molte tentazioni quasi inevitabili in questi casi: la tentazione, cioè, di scappare dalla Chiesa istituzionale per farsi una chiesuola (“La Chiesa è mia madre”, dice Girolomoni, “le sarei fedele anche se fosse una prostituta. E’ lei che ha portato sino a noi i Vangeli”). La tentazione, poi, di una comodo fuga verso religiosità orientali o paganeggianti, da ciluto della terra: “Ho molto amato Lanza del Vasto, ma a differenza di tanti suoi discepoli, sono più che mai convinto che nel cristianesimo c’è tutto, non c’è che attingere alle sue ricchezze”. La tentazione, infine “sessantottarda “, da “comune agricolo – mistico – politica “ destinata a sciogliersi alle prime difficoltà. Girolomoni diffida dei preti in crisi di celibato e in cerca confusa di “nuove esperienze”, dei ragazzi “del movimento” con sacco a spalle e poca voglia di lavorare, dei giovani ricchi che cercano il luogo “alternativo”. Per costoro, se giungono a Montebello,può essere semmai – in nome dell’ospitalità cristiana – posto per passare una notte. Ma niente di più.
“Il cristianesimo”, borbotta Gino nella barba mentre tenta di tenere in strada tra la neve il camioncino, “il cristianesimo è anche una lezione di serietà, di impegno costante, di pazienza. Il Vangelo non è per gli immaturi: è per gli adulti”.