DALLA PARTE DEGLI ANIMALI

“…In trentacinque giorni debbono diventare due chili e mezzo e i bipedi si nutrono di pulcini torturati che, se il ciclo vitale fosse prorogato di altri dieci giorni, morirebbero di dolore.
….Separare il regno animale da quello vegetale, negli allevamenti è una tragedia che non faremo in tempo a misurarne le dimensioni.”

Esistono tante forme di sfruttamento degli animali, dalla caccia alle pellicce; nell’economia alimentare ci sono gli allevamenti di alcune decine di miliardi di cosiddetti polli, senza mai fargli vedere la luce del sole, fino a poco tempo fa accecandoli in modo che in quella tragica esistenza non si ferissero tra loro, ammassati senza potersi muovere, imbottiti di antibiotici, cibi infetti e putridi, con le femmine che non hanno mai visto in vita un maschio per la riproduzione e le uova sono già qualcosa che assomiglia alla clonazione. In trentacinque giorni debbono diventare due chili e mezzo e i bipedi si nutrono di pulcini torturati che, se il ciclo vitale fosse prorogato di altri dieci giorni, morirebbero di dolore.
Cosa può venir fuori dalla testa di chi si nutre di quel cibo? Ma intanto in quel girone dell’inferno in cui è stata trasformata la Terra, lo sterco di quegli animali allevati in quel modo emana la pestilenza come quella del 1918 che era partita dai maiali, i quali sono allevati nello stesso stile dei pennuti. E sul nutrimento, anche le vacche da latte, costrette a produrre 120 quintali di latte ogni anno, subiscono lo stesso progresso scientifico.
C’è un allevamento negli stati Uniti, in Colorado, che alleva 100 mila bovini, quando andremo all’inferno lo immagino così. Separare il regno animale da quello vegetale, negli allevamenti è una tragedia che non faremo in tempo a misurarne le dimensioni.
I campi li riempiamo di concimi chimici, e poi i diserbanti, e poi gli antiparassitari per conservare le derrate, poi gli additivi nella trasformazione per correggerne la bassa qualità, e i coloranti per dargli un aspetto più bello, ma manca ancora qualcosa : il sapore, che sapore possono avere degli alimenti siffatti? State tranquilli, ci sono gli aromi, che dei benemeriti buontemponi che amano l’umanità, nella quale vivono, sono riusciti a far chiamare per legge “aromi naturali”, mentre sono aromi sintetici, migliaia e migliaia di formule chimiche per dare sapore di pollo a quei miliardi di bombe batteriologiche cinesi, o ai formaggi senza sapore, o alla pasta fatta con grani morti.
Alcune domande bisogna proprio che io le ponga: cosa succede agli esseri umani nutrendosi in questo modo per due o tre generazioni? E tutti quelli che hanno promosso questa civiltà tecnologica nella produzione agro alimentare, scienziati, professori universitari, medici, sindacalisti, economisti, agricoltori, allevatori, agronomi, chi sono, da dove vengono?
Allora io per capire sciagure così grandi consulto la mia bussola, la Bibbia, dove c’è il libro più antico di tutti i tempi, la Genesi. Lì è spiegato che all’inizio della Creazione in uno stato di grazia sia gli uomini che gli animali erano vegetariani: “Poi Dio disse – Ecco io vi do ogni erba verde che è sulla terra e che produce seme e ogni albero che produce frutto. A tutte le bestie e a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra io do in cibo ogni erba verde” (Genesi 1,29). Poi l’uomo vuole fare Dio e Caino scanna Abele e la situazione di pace sparisce per sempre: “Il timore e il terrore dell’uomo sia su tutte le bestie selvatiche e in tutti gli uccelli del cielo” (Genesi 9, 2-3). Fatto! Da queste origini passano alcuni millenni e un saggio israelita di tremila anni fa scrive nel salmo 69: “Negli alimenti mi mettono veleni e per la sete mi danno aceto. Gli diventi la gola un capestro e i loro arrosti gli taglino la gola!” Passano tremila anni, ma abbiamo fatto anche questo.
Come avremmo potuto non partecipare alla Campagna della LAV contro i lager dei polli, gironi dell’inferno che producono tortura?
L’Unione Europea, se non fosse una foglia di fico per coprire le nudità degli Stati che ne fanno parte, invece di emanare circolari sulla dimensione delle carote e la curvatura che debbono avere banane, cetrioli e melanzane, avrebbe dovuto regolamentare gli allevamenti evitando sofferenze indicibili agli animali e la produzione di cibi veramente schifosi. Poi anche limitare l’uso di milioni di formule chimiche che immettiamo su tutto, aria, acqua, suoli, cibi, senza limiti.
Cari amici della LAV, noi oggi pur mantenendo l’originario nome di Cooperativa Alce Nero, dedicato al saggio Sioux, ci presentiamo nelle piazze della vostra (nostra) campagna con il nuovo marchio “Montebello”, che contraddistingue le nostre produzioni alimentari.
Perché? Perché nel 1999 avevamo fondato una società insieme ad una cooperativa del Bolognese, e poi altri alleati, ma, a causa di divergenze sulle politiche e strategie aziendali, abbiamo firmato l’accordo che prevedeva l’uscita della Cooperativa Alce Nero dalla compagine sociale della società commerciale a suo tempo costituita, pur essendo fortemente convinti che la soluzione dovesse essere diversa.
Il “codice” che ci contraddistinguerà in futuro è il Monastero di Montebello visto dal cielo, un luogo dove è nato non solo Alce Nero, ma anche molte delle idee e delle azioni che hanno fatto diventare il biologico un costume, uno stile di vita, e non più una nicchia di sognatori ex sessantottini.
Cari amici, che volete bene agli animali, auguri per la campagna e arrivederci alla prossima, per la quale confermiamo fin d’ora il sostegno.