CON LA SCURE A LAVORARE I CAMPI

L’Ordine

Giorgio Paolucci

sabato 5 settembre 1981

“Oggi i contadini del nostro Paese rappresentano una forza politica paragonabile agli indiani d’America: contano poco, ma costituiscono una importantissima realtà storica e sociale”
Alce Nero, un nome che ci porta lontano dall’Italia, ai tempi degli indiani d’America che lottavano contro i bianchi lanciati alla conquista delle loro terre e alla distruzione delle loro culture. Al leggendario capo della tribù Orlala è singolarmente intitolata una cooperativa agricola dell’entroterra pesarese.
“Lo abbiamo preso come simbolo perché oggi i contadini italiani rappresentano una forza politica come gli indiani d?America, cioè di poco peso, pur essendo un’importantissima realtà storica e sociale”, spiega Gino Girolomoni, nato 35 anni fa nella sperduta campagna marchigiana di Isola del Piano.
Di famiglia contadina, sposato e padre di un figlio, nell’estate del 1977 ha fondato assieme ad alcuni agricoltori e ad un gruppo di giovani la cooperativa Alce Nero.
“Abbiamo cominciato cercando di rendere nuovamente abitabile la struttura del Monastero di Montebello presso Isola del Piano, fondato nel 300 dal locale ordine eremitico dei poveri eremiti di San Gerolamo, poi abitato da contadini ed infine abbandonato a se stesso”.
- Cosa vi proponete di fare e quali i risultati del vostro lavoro?
“La nostra attività consiste nella conduzione del terreno con metodi biologici, che non lasciano tracce sugli alimenti ottenuti e nell’allevamento del bestiame. Coltiviamo senza far uso di concimi chimici né di antiparassitari né di altri prodotti pericolosi per gli animali e per l’alimentazione, visto che quello che si dà al terreno va a finire negli alimenti. Dopo alcuni anni la resa è la stessa che quella ottenuta con metodi chimico – industriali, ma la terra è sempre in buona salute. Negli Stati Uniti invece hanno dovuto “inventare” la desertificazione perché la terra supersfruttata riacquisti da sola i suoi equilibri biologici. Coltiviamo segale, mais, orzo, grano tenero e duro per 1500 quintali all’anno che maciniamo nel nostro mulino a pietra; con la farina ottenuta facciamo pane e pasta integrali. Produciamo anche vino concimando la vigna organicamente e trattando le viti con lo zolfo in polvere e verderame in acqua. Da due anni funzionano la stalla con 70 mucche da latte e il pollaio. Puntiamo sulla qualità e sulla distribuzione diretta del prodotto nei punti di vendita (Marche, Bari, Milano, Torino, Como, alcune città estere) in modo da contenere i prezzi, che certo per ora non reggono il  confronto con quelli della grande industria alimentare, ma i nostri prodotti sono vincenti sul piano qualitativo”.
- Non trova che sia un discorso all’avanguardia e anche un po’ d’elite?
“È ancora d’avanguardia, purtroppo, perché la cultura che beviamo a litri dalla televisione e il martellare di una certa pubblicità vuole isolare discorsi ed esperienze come la nostra, vuole farci passare per esseri strani, magari un po’ chic. La verità è che la quantità sta nientificando la qualità. Coi fertilizzanti chimici, gli anticrittogamici, i mangimi a base di ormoni si ottiene più che prima, e intanto in silenzio si avvelenano la terra, i prodotti, gli animali e gli uomini. Questo per garantire a tutti il diritto di campare in serie.
Se permettete io non ci sto, e con me tanti altri. Alce Nero è una proposta rivolta a tutti coloro che avvertono bisogni come i miei e vogliono tentare le stesse risposte, ma ho fatto questa scelta pensando anzitutto a me, al mio destino, alla mia felicità. Del resto, non si può amare il prossimo come se stessi senza amare prima di tutto se stessi…”.
- Voi dell’Alce Nero siete arrivati a Montebello quando i contadini che abitavano e lavoravano qui se ne erano ormai andati…
“Si ma perché se ne sono andati? Ricordo che quando ero bambino qui non c’erano né acqua né luce e neppure la strada: d’inverno si girava sempre con gli stivali. Richieste se ne fecero a bizzeffe, ma gli agricoltori continuarono a svolgere un lavoro già di per se faticoso in condizioni rese ancora più sfavorevoli da queste carenze, mentre a 30 km c’è Urbino, a 40 Fano, due città dove i problemi come questi sembravano lontani le mille miglia.  Quando finalmente arrivarono l’acqua e la luce e costruirono la strada, questa strada servì ai contadini, stanchi e sfiduciati solo per andarsene dopo decenni di totale disprezzo della loro attività”.

È una storia che potrebbero raccontare in tanti paesi italiani di campagna, dove l’agricoltura ha vestito i panni di cenerentola per decenni mentre cresceva la ricchezza degli abitanti con cui si abbigliava l’industria. Una questione annosa sempre d’attualità, su cui si sono versati fiumi d’inchiostro e che, secondo Girolomoni, rischia di chiudersi con la rovina definitiva della nostra agricoltura che, esclama accendendosi in volto, “ha continuato a pagare con la stasi lo sviluppo dell’industria che oggi non riesce a produrre nemmeno la metà del fabbisogno nazionale. Per comprarci da mangiare all’estero spendiamo una somma uguale a quella che spendiamo per il petrolio.
La politica agricola della CEE, che è in realtà la legge del più forte, ha portato ad un ulteriore sacrificio dell’agricoltura a favore dell’industria. E forse è stato il colpo di grazia. Purtroppo molti contadini pur rendendosi conto di questa situazione, non sanno andare al di là del proprio naso e finiscono per abbandonare la terra sfiduciati e delusi. Più di metà dei terreni coltivati in Italia sono oggi inutilizzati”.
- Cosa si può fare per impedire che questa situazione si perpetui, come invertire la rotta?
“occorre anzitutto uscire dall’individualismo e dall’isolamento, cercare tutti i mezzi per porre la questione al centro dell’attenzione dei politici e del dibattito culturale, facendo capire che l’agricoltura oltre ad essere un’attività economica insostituibile porta con sé un patrimonio dei valori la cui distribuzione sarebbe una grave perdita per tutto il popolo.
Da parte nostra cerchiamo di far conoscere l’esperienza della cooperativa e la proposta che essa rappresenta per tutti. In un anno abbiamo organizzati due convegni a Montebello (un terzo si terrà a fine settembre) nel corso dei quali ci siamo confrontati con intellettuali, giornalisti, scienziati, agricoltori ed amici sensibili alla nostra esperienza e desiderosi di un futuro a misura d’uomo. Si tratta di importanti occasioni per approfondire le ragioni di una scelta senza restare chiusi all’interno della propria esperienza e per progettere insieme la strada verso una società più vivibile”.