COME SARÀ VERDE LA MIA VALLE

Panorama

Silvana Bevione

23 aprile 1989

Agricoltura biologica, il progetto Arca. Ecco come un gruppo di allevatori e agricoltori trasforma una vallata delle Marche in un parco di prodotti naturali

Il suo scopo è quello di produrre in modo sempre meno inquinato e inquinante, creando un sistema agroalimentare Doc, che, andando dall’ambiente al consumo, metto sul mercato prodotti garantiti e ottenuti nel rispetto della natura.
“Siamo però lontani dal solito sporadico tentativo di inversione di tendenza, finalizzato a produrre per un’esigua èlite di illuminati” commenta Bruno Garbini, allevatore ed industriale marchigiano, promotore dell’iniziativa. “Il progetto Arca (Agricoltura per la rigenerazione controllata dell’ambiente, ndr) è un piano globale che riguarda un’intera vallata e intende costituire un punto di partenza per la salvaguardia dell’uomo e della natura”.
Un esperimento pilota, dunque, che per ora si riferisce a una vasta area della regione Marche, ma che gli ideatori sperano di poter allargare in seguito all’Italia intera. Un tentativo analogo si sta già facendo in Umbria, dove è in via di allestimento un Parco tecnologico agroalimentare, che rifacendosi ai modelli anglosassoni e appoggiandosi a società straniere all’avanguardia nelle tecnologie, cerca di rivoluzionare l’intero ciclo di produzione alimentare.
Ideatori dell’iniziativa sono allevatori e agricoltori della zona, che si estende per 160 mila ettari coprendo il bacino dei fiumi Misa-Nevola ed Esino. “Vogliamo trasformare la valle in un laboratorio naturale” spiega Ulderico annotti, direttore dell’Avimarche, che raggruppa 300 produttori di polli e conigli. “ È l’unico modo per mantenere l’attuale tenore di vita senza fare passi indietro e senza distruggere il territorio”.
Nelle Marche esistono ancora molte aree ad agricoltura marginale, che rischiano di venire abbandonate, mentre ci sono, allo stesso tempo, zone a coltivazione intensiva dove si fa un uso massiccio di fitofarmaci. “Noi siamo con vinti che sarà possibile recuperare una grossa fetta del nostro territorio puntando sul disinquinamento e la genuinità” spiega Mario Stizza del Servizio programmazione della Regione, estensore del progetto Arca. “da principio ci sarà una produzione a basso impatto ambientale; in seguito, speriamo di farla diventare biologica e a marchio garantito. Magari varando, in assenza di una legge sull’agricoltura naturale, delle norme regionali che qualifichino il prodotto”.
Ma su che cosa si basa esattamente l’Arca? Quella che è stata presentata come nuova zattera di salvataggio nel generale naufragio ambientale, si articola in quattro sottoprogetti: Pace, Biomasse, Ape e Tamp, affiancati da un Centro di ricerca e studiati per applicare le tecnologie più avanzate.
La sigla Pace significa Pratiche agronomico-colturali ecologiche, e si riferisce a un sistema di rotazioni delle colture e di concimazioni organiche che si rifà alla tradizionale casa colonica. I rifiuti prodotti nella zona, raccolti in maniera differenziata, verranno trattati in un luogo centralizzato di compostaggio con il metodo della fermentazione aerobica. In seguito potranno essere riciclati come concime organico secondo il programma chiamato Biomasse. Ape sta per Allarme protezione ecologica, e si realizza attraverso una serie di sensori e di stazioni di rilevamento sparse nell’intera vallata, in modo da controllare costantemente aria, acque di falda e di superficie, suolo e organismi viventi. Il programma si avvale anche dell’aiuto del satellite Spot, che fornirà informazioni di sintesi. “Un vero lavoro di monitoraggio ambientale viene inoltre svolto dalle api, che depositano nell’arnia ciò che raccolgono tutt’attorno: analizzando il materiale residuo si possono verificare il grado di inquinamento e la quantità di pesticidi e fitofarmaci presenti nei terreni” spiega Gilberto Dolciotti, dell’Amapi, una delle associazioni più attive nell’Arca.
Il Tamp, trattamento avanzato mediante percolazione, invece, avviene canalizzando sui terreni i liquidi di risulta dei depuratori, filtrandoli mediante superfici impermeabilizzate e costituite da humus naturale.

ROTAZIONI

In attesa che giungano alla regione i tanto sospirati fondi Fio, che dovrebbero aggirarsi intorno ai 20 miliardi, è stata fatta con capitali privati un’intensa campagna di sensibilizzazione tra gli agricoltori della valle.
Di fronte all’agricoltura sempre più avvelenata, che ha caratterizzato gli ultimi decenni, si sta facendo quindi qualche passo avanti. “Siamo di fronte a una via di mezzo tra la produzione agricola tradizionale e quella naturale” commenta Gino girolomoni, presidente dell’associazione marchigiana per l’agricoltura biologica e del Consorzio nazionale delle cooperative agricole biologiche (copre 1.700 ettari di terreno in tutta Italia e ha un fatturato globale di 7 miliardi all’anno).
“Approvo l’idea di intervenire in un’intera vallata, anche se resta da vedere quali saranno le iniziative concrete. Noi chiederemo presto che tra le varie rotazioni di colture vengano inseriti mangimi biologici per animali, come per esempio i semi di girasole, i foraggi o il miglio decorticato. L’agricoltura biologica non è un’utopia: è possibile per il 100 per cento delle aziende agricole italiane”.
L’interesse per questo nuovo modo di produrre sulla terra è in continua crescita. E in prima fila si trova il Veneto con le province di Verona, Padova e Treviso: qui sono già 200 gli imprenditori agricoli che coltivano biologicamente una superficie di 700 ettari; e i consumatori che scelgono questi prodotti sono circa 15 mila abituali e 80 mila occasionali, muovendo un giro d’affari di 15 miliardi l’anno.