CAPOSSELA INTERVISTA CERONETTI

L’incontro per il Premio Exodus è a La Spezia, passo a Lerici pensando di trovarlo lì, ma è appena partito per le prove. Perché a Lerici? Perché Guido ha scelto l’albergo dedicato al grande poeta Shelley, morto a trent’anni in un naufragio qui davanti nel 1822. Lo trovo nel teatro civico di La Spezia solo, in fondo al Teatro che ascolta le voci, le cadenze, i toni di Baruk e Frida. Poi sale lui nel palco, lentamente, sorretto da Marina e canta Ma l’amore no. E’ intonato, lo sa e lo dice : – Oggi sono tutti stonati, i giovani un disastro. A Radio 24 ho ascoltato cantare i politici, che catastrofe, non sanno fare neanche quello. Per chi è intonato è difficile stonare, ma nella compagnia di Paolo Poli c’era un attore che ci riusciva bene -. Organizzatrice del Premio Exodus e dei programmi connessi come questa serata è Francesca Sommavigo alla quale chiedo come gli sia venuto in mente di mettere insieme i due personaggi: – Di Vinicio sono amica e sapevo della sua ammirazione per Ceronetti. Di Guido ce n’è bisogno per riprendere fiato dalla stupidità del mondo. E poi con il maestro non si sa mai se manterrà l’impegno e allora con Capossela avremmo salvato la serata anche in caso di sua assenza-.
Sono le ventuno e quindici, Guido è pronto sul palco davanti al tavolo, il teatro si è riempito e comincia con le immancabili raccomandazioni:- I telefonini che siano spenti, vi prego. E i flash astenetevene, mi raccomando-. Baruch suona il piano e Guido comincia leggendo la visita alle sinagoghe di Venezia tratte dal suo Viaggio in Italia (Edizioni Einaudi 1983): – 27 settembre, secondo giorno di Kippur. Poco affollata la Sinagoga askenazita di Cannaregio. Una ventina di bianchi mantelli rispondono agli officianti, in alto. I toni hanno un’aria distratta e sregolata, sembrano di avvinazzati, scalano il cielo, vagano per la terra come i lumi del candelabro di Zekhariàh, crollano stracchi sul pavimento, risuscitano… I bambini corrono qua e là, infischiandosene, e il rito li tollera benissimo, non si scompone. Chi entra bacia ed è baciato. Pare una festa morente, che a scatti si rianimi e ripigli per un motivo improvvisato.
Come ritrovare, tra le infinite pietre naufraghe del vecchio cimitero ebraico di San Nicolò di Lido
quella con l’epitaffio che dettò per se stesso il letterato Leone da Modena, morto il 21 marzo 1648? Una traduzione, fatta quando fu scoperta, dice: Parole del morto: quattro braccia di terra in questo recinto a titolo di possesso per l’eternità furono acquistate dall’alto per Giuda Leone da Modena. Sii benigno con lui o Signore e dagli pace. Morì di sabato 27 adar 5408. Sicuramente quel letterale dall’alto va inteso come dall’Altissimo (El Eljon, Genesi 14, 18-20) solo questo rende al testo la sua pregnanza metafisica. L’ Assoluta Trascendenza acquista per il pio ebreo veneziano, autore di opere sicuramente illeggibili, una casa per l’eternità con la stessa autorità con cui regala a Giacobbe la terra cananea. Questa tomba dunque, è a Venezia soltanto per i profani: in realtà è un pezzo di Gerusalemme; il morto parlando non lo rivela, ma lo lascia chiaramente intendere a chi sappia che l’Altissimo non acquista per i suoi che terra filistea. Non c’è stato bisogno di fa viaggiare la salma in una pericolosa navigazione, perché Dio può fare di qualunque braccio di terra lagunare una perfetta Giudea -. Baruch (Luca Mauceri) legge un brano de Il Sabato di Heschel e ancora Guido ci legge l’incendio di Gerusalemme descritto da Giuseppe Flavio. Poi, coraggiosamente, si cimenta in brani di Degli ebrei e delle loro menzogne di Martin Lutero. Dopo la lettura Ceronetti commenta che non si tratta di razzismo, la critica è esclusivamente religiosa, rivolta a coloro che non hanno saputo interpretare correttamente le Scritture non riconoscendo in Gesù il Messia atteso. “Lutero è Lutero e questo testo lo ha scritto lui, bisogna prenderne atto. Nella cattedrale di Bamberg c’è una scultura che rappresenta la sinagoga cieca e io l’ho usata per la copertina della prima traduzione del libro di Isaia. Non ritengo giusto
considerare i cristiani antisemiti in quanto tali, Pio XI° fece pubblicare la grammatica ebraica e disse Siamo tutti semiti. Il mio maestro di ebraico fu il rabbino Augusto Segre-.
Baruch legge una pagina de ’L’Enigma di Singer, Frida (Cecilia Broggini) brani di umorismo Yddish di Buber e Guido l’ultimo capitolo della sua ultima traduzione di Qohélet (ci ha messo le mai tre volte): “E il tuo Creatore chiamalo/ nei tuoi anni di desiderio/ prima che i giorni diventino sciagura/flagellato dagli anni di cui dirai –Nessuna voglia di loro-/. Prima che il buio sia sole e lampada/ stella e luna/ e dopo dirotte piogge/ si riformino i nembi/ e sia giorno di scompiglio/ per chi guarda la casa/ e si afflosciano i bravi/ che la forza reggeva/ e le mugnaie rarificate/ disimparano a macinare/ e le sbircianti nelle colombaie/ la caligine invada./ La porta del mercato/ al cessare del suono della macina/ si schiudono/ e il grido di un uccello/ fa trasalire/ e le figlie del canto/ non sono udibili più. E l’altezza mette paura/ ti agguantano spaventi per la vita/ e il mandorlo è tutto bianco./ S’intorpida la cavalletta/ il cappero resta inerte/ e l’uomo se ne va/ alla sua casa fuori del tempo/ tra i piagnistei rituali/ delle donne del suk.”

Arriva sul palco, timidamente, uno scarno Capossela, consapevole di scendere nella fossa del leone e pone il primo quesito: -Tu dici che dobbiamo essere la sentinella di Isaia… e poi descrivi il tuo sogno nel quale dovevi scannare il manichino… in quali misteriosi percorsi di traduttore ti sei inoltrato?-
-E’ una visione e le visioni non si sa da dove vengano. Tradurre Isaia per me non è una questione di erudizione, gli eruditi non arrivano alla gola (Guido capisce che Vinicio ha capito che è anche una questione di suoni ). Il vecchio Testamento ha messo a nudo Dio, e ciò che resta per me è l’impronta della parola, una brancata di parole e di suoni a cui sono stato legato tutta la vita. Una condanna di potenza. Per me Isaia è più importante di Qohélet, è un testo ispirato. Non c’è in italiano qualcosa di analogo. Un linguaggio simile forse c’è nella Bibbia di re Giacomo che parla a chiunque. Isaia è come una marionetta che è mossa da un filo, o da molti fili. Per Isaia ho usato cento dizionari. Il teatro di strada che ho cominciato a settanta anni ha qualcosa del profeta, come l’ordine di girare nudo. C’è una continuità coerente tra il tradurre i profeti e la strada. Andare per le strade è continuazione del traduttore-. Guido s’inoltra nel caos dell’Israele odierno nato dal sogno visionario di Hertz, che non ha soluzione dice. -Tutti ripetono luoghi comuni come l’idiozia di dire Prendiamo il destino nelle nostre mani.-
Il pubblico è attentissimo e batte le mani continuamente, consapevole di assistere a una delle ultime apparizioni in pubblico dell’oracolo di Cetona e Vinicio Capossela spara la seconda domanda:
-Ho trovato un tuo scritto in cui dici che hai usato per molti anni un tuo sigillo con scritto In esilio dal 1927. Spiegaci cosa intendi con l’esilio.
-E’ l’esilio dal mondo, espiamo qualcosa che non sappiamo. Qohélet dice Il Nulla , io dico Esilio e aspetto di tornare alla patria o da qualche parte che come vuoi chiamare, Nirvana? Io ho paura di rinascere e l’Inferno è rinascere. Il Pianeta va verso la sua morte e noi non possiamo fermare niente. Io mi sento molto italiano, non padano o piemontese. La mia lingua è l’italiano. L’esilio è nostalgia di una patria. L’anno prossimo a Gerusalemme ma questa Gerusalemme in realtà è qualcosa di introvabile. E’ bello sentirsi in esilio perché così pensi che una patria possa esistere. La privazione di patria sta diventando un destino. Non è un bene per l’Europa che pretende di cancellare le patrie in un’Unione senza sale, ecco è come seminare sale come nel racconto Yddish che ha letto Egeria, cioè essere senza testa-. Prima di cantare Vinicio chiede a Guido se lo introduce recitando i primi versi del Qohélet in ebraico cosa che il poeta fa volentieri. Dalla mia tribuna riesco a vedere l’estasi di Vinicio ascoltandolo. Lo aveva registrato nel monastero ascoltando e usando quelle melodie misteriose decine e decine di volte. Guido si allontana dal palco sorretto da Frida, lentamente, molto lentamente, ricurvo dagli anni e dai pensieri di tutti gli autori di cui si è occupato e il pubblico si lancia in un appassionato applauso come di un commiato che potrebbe essere lungo, molto lungo.