ALBERTAZZI INTERPRETA FEDERICO DA MONTEFELTRO

Paese Sera

Gino Agnese

venerdì 27 agosto 1982

Cronaca di una serata magica nella piazza di Urbino

Rimini, 28 agosto – Dopo cinque secoli Federico da Montefeltro è tornato nella sua “Urbino ventosa” a bordo di una monumentale “Rolls Royce” scura costruita negli anni Venti e messagli ieri sera a disposizione dai maestri di cerimonie che gli avevano preparato il ritorno in patria. Ad attenderlo c’era una densa folla, adunata tra gli edifici che furono costruiti dal Duca o che gli furono cari: il duomo biancheggiante, il gran palazzo e la chiesa di San Domenico. Sarebbe venuto davvero il duca? O quell’attesa ricamata di luci e di musiche sarebbe stata vana? Molti già avevano perduto le speranze quando una figura vestita di chiaro, che per la fascia che gli cingeva i fianchi tutti avevano creduto il sindaco, ha annunciato con voce incerta che il miracolo si stava compiendo e che il signore del Quattrocento, maestro della guerra e della pace, magnanimo e tremendo, era finalmente in vista.
Giù nella discesa, dove il buio della notte era più fitto, sono apparsi due globi di luce: i grandi fanali della “Rolls Royce”, che sobbalzando un po’ sul selciato è giunta infine presso la tribuna drappeggiata di damaschi sulla quale erano stati collocati un seggio ed un’erma forse di marmo, nella quale si indovinavano le sembianze del Duca: Una volta che la berlina si è fermata, uno staffiere inchinandosi ne ha aperto la porta; e Federico è sceso in una nuvola di stupore. Indossava un abito moderno, la marsina, ed aveva il cappello di panno rosso con il quale posò per il maestro pittore Pietro Della Francesca. Non gli si vedeva il fiero naso perché, vanità o decoro di principe, aveva il volto coperto da una maschera di gesso. Sotto la maschera; Giorgio Albertazzi, che ha animato questa appendice urbinate del meeting di Rimini. A sentire il Duca, è sembrato che dal suo riposo segue abbastanza gli accadimenti del nostro tempo. Sa che abbiamo le città formicolanti di veicoli a motore (“Quei cavalli d’acciaio che non sapete più domare”), che (“nella nostra società non c’è equilibrio tra la gente che produce e quella che consuma”) ed è al corrente di tanti fatti ancora: E qualcosa che non gli avevano raccontato non è sfuggito alla sua acuta pupilla. “Eccelsitudine” – ha detto rivolgendosi all’uomo in chiaro che tutti a lungo hanno creduto che fosse il sindaco – “eccelsitudine ho attraversato il Montefeltro e, tranne Sant?Agata e San Neo, ho stentato a riconoscere le mie città. Invece che sulle alture, voi costruite in pianura, dove da quanto è storia vi sono alluvioni e passaggi di eserciti”. Timido dinanzi al grande signore capitano, l’uomo in chiaro ha obbiettato: “Signor Duca, oggi abbiamo dato argini artificiali ai fiumi e le pianure sono sicure…”. Ma Federico ha mugugnato qualche accento scettico.
Una delle idee che aveva più ferme in testa, era che si dovesse costruire sempre sui colli, anche quelli più remoti e spogli. Prima che il Duca portasse il fervore sul colle in cima al quale è tornato ieri sera, Urbino era un villaggio, seppure molto antico. E lui con pietre e laterizi ne fece una capitale alla quale accorsero, per studiarne le magnificenze, gli emissari dei principi di mezza Europa. Una capitale della cultura rinascimentale, costruita da un capitano di ventura che, scelto dalla Fortuna, seppe starle sempre al fianco individuando gli alleati giusti e abbandonandoli nel momento più conveniente, onorando quasi sempre i fatti e badando a primeggiare in un’epoca e in una parte dell’Italia ben folta di uomini di valore.
Quando Federico rievocando il suo viaggio di ritorno ha alzato gli occhi per riposare un attimo lo sguardo nel cielo stellato, è stato ferito dall’emozione.
Lo sguardo aveva incontrato la sequenza delle bifore che si allunga sulla facciata dell’edificio ducale. “Ma quello è il mio palazzo!”. Il suo palazzo-città, la prima residenza di un principe rinascimentale, certamente sicura, ma costruita senza fossati e ponti levatoi, con due splendide ed alte torri che nessuno ha mai capito bene se furono commissionate al Laurana per servire le difese o per occultare due scale di servizio. Il suo palazzo, il Duca l’ha voluto visitare e, lasciata la tribuna con i damaschi accarezzati dalla brezza, è apparso poi alla folla  affacciato ad una delle finestre, con la mano sinistra che cercava memorie sui rilievi del davanzale. “Ma non c’è nessuno! Il mio palazzo è vuoto! Vivevano qui con me cinquecento persone e adesso mi dicono che ce n’è una sola che chiamano il soprintendente”. Sulle ali della nostalgia, il Duca, spronato dalle battute dell’uomo che sembrava il sindaco e di un altro personaggio apparso nel vano di una finestra d’un altro edificio a tiro di voce, ha rievocato la gloria dei suoi tempi.  Le prime sperimentazioni delle artiglierie in battaglia, le direttive impartite agli architetti, le letture conviviali dei grandi greci: “ Di quel Platone e della sua Repubblica che poi ha convinto gli uomini”. Ma il Duca è apparso all’altezza della sua fama specialmente quando si è chiesto dove, dal palazzo, avessero portato la sua celebre “libraria” che annoverava tutti i testi della cultura dei suoi tempi, molti dei quali riscritti dai più provetti copisti ed ornati da maggiori miniaturisti. La “libraria” che per secoli attrasse ad Urbino gli ingegni di ogni campo del sapere, quella che il signor De Montagne giunto apposta dal suo paese non potè vedere perché era chiusa.”La libraria, signor Duca, è custodita a Roma nella biblioteca vaticana” – hanno detto al signore “reverent”. E il Duca: “Ah questa Roma, che ha preso sempre tutto. Certo, è in luogo sicuro. Ma adesso che avete un Papa straniero, non più invischiato nelle beghe italiane, perché non gli chiedete di restituirla a Urbino? “L’uomo in chiaro che la folla ha creduto fino alla fine il sindaco (ed era invece un attore compagno di Albertazzi) ha risposto: “Signor Duca, è come chiedere a Mitterrand la restituzione della Gioconda!”. Federico, che ha anche i suoi tempi di rispetto mondano ne ebbe poco, ha risposto: “Ebbene, chiedetegliela!”. Dopo queste imperiose istanze, il duca è scomparso alla vista della gente e misteriosamente se ne è tornato al suo tempo.