ALBERTAZZI A URBINO, DUCA IN MARSINA

La Stampa

Guido Davico Bonino

29 agosto 1982

L’attore parla dei suoi progetti: la tournèe con l’Enrico IV di Pirandello, Shakespeare a Verona

URBINO – Il nostro più irrequieto, febbrile grande attore, Giorgio Albertazzi, è stato, anche se soltanto per una notte, uno dei protagonisti del nostro Rinascimento, nientemeno che il duca Federico da Montefeltro, quel signore dal volto maschio, dal naso adunco e gibbuto, corsetto e copricapo rosso mattone, che Piero della Francesca immortalò in uno splendido ritratto.
Con qualche giorno di anticipo sul quinto centenario della morte, che, ad essere pignoli, dovrebbe cadere il 10 settembre, Federico – Albertazzi è tornato venerdì sera nella sua Urbino (la capitale di una Signoria che grazie alla sua intraprendenza e lungimiranza conobbe un eccezionale sviluppo economico e culturale nel secondo Quattrocento) e ha sostato per un paio d’ore tra piazza Rinascimento e quel palazzo Ducale, che lui stesso fece edificare dai migliori architetti dell’epoca.
Ad attenderlo, nel prologo di una rappresentazione popolare in due atti a lui intitolata, Il Duca di ventura, c’erano i rappresentanti di varie arti e mestieri, sediari e calzolai, birocciai e falegnami, maniscalchi e orefici, osti e vasai: ognuno con gli arnesi del proprio lavoro quotidiano, secondo una linea di rivalutazione della cultura materiale e contadina, che la cooperativa agricola Alce Nero di Isola del Piano, organizzatrice dello spettacolo, e il suo leader, Gino Girolomoni, autore del copione, perseguono da diversi anni.
Albertazzi, sovvertendo le attese di chi lo avrebbe voluto in costume, si è presentato in marsina, ma sotto una maschera che riproduceva le fattezze non propriamente adoniche del duca, ha dialogato sereno ed arguto, col sindaco di Urbino (l’attore Sergio Basile) sulla saggezza antica e la moderna tecnologia: ha ascoltato a tratti la rievocazione di Giovanni Santi, il padre di Raffaello, cronista in versi delle antiche glorie cittadine, interpretato da Claudio Lorimer; si è lanciato in polemiche proposte come quella, ad esempio, di aprire il Palazzo Ducale, ora esclusiva meta turistica, agli artisti d’oggi, ma anche alla gente che lavora, di farne insomma un laboratorio vivo.
Nelle soste delle prove di questa unica eccezionale reincarnazione storica, Albertazzi ha abbozzato con chi scrive un bilancio dell’ultima annata teatrale: “teatri gremiti ovunque,recensioni molto intelligenti e partecipi, due ambiti premi, il Curcio e il Nastro d’argento: questo mi ha portato l’Enrico IV di Pirandello, che ha tutt’altro che concluso il suo itinerario. Lo riprendo infatti a Torino il 3 novembre, poi a Roma e Milano che lo hanno chiesto di nuovo. Dopo lo porterò in tournèe, tra febbraio e aprile, all’Aia, Bucarest, Budapest, Mosca, Mosca, Leningrado. In Unione Sovietica vorrebbero che recitassi in molte altre città, ma io vorrei, nella primavera prossima, essere in Italia e lavorare a qualcos’altro. No, non posso dirle nulla di preciso. Si è parlato di Verona di qualche grosso impegno shakespeariano, ad esempio un “Riccardo III”; da Genova mi è stato proposto di interpretare la novità italiana di un grande poeta come Mario Luzi,, “Rosales”, la rivisitazione in termini di una religiosa inquietudine di un grande mito come quello di Don Giovanni”.
“Non ho ancora deciso, ci devo pensare. Per ora mi aspettano ancora quattro repliche di “Shakespeare Ellington Albertazzi Gaslini in concerto”, e saranno in totale ventitrè, a partire dal 13 luglio. Ci siamo mossi da Boboli un po’ in fretta, non c’era un vero amalgama tra poesia, musica, canto. Ma poi lo spettacolo è salito progressivamente di tono, la fusione si è fatta perfetta. I 12 pezzi di “Such Sweet Tender”, cioè la Suite che il “duca” Ellington scrisse nel ’57, sono a mio avviso un vero e proprio discorso saggistico su Shakespeare, l’istituzione della suprema ironia che regola il suo mondo, del calibratissimo gioco delle maschere che lo anima”.