AGRICOLTURA BIOLOGICA, LE RAGIONI DELLA FEDE

Avvenire
9 settembre 2011

Gino Girolomoni, padre delle colture e della cultura ‘bio’ in Italia, nelle Marche ha fatto rinascere un antico monastero abbandonato. “Basta avvelenare il mondo”

ANCONA – Una vita spesa a recuperare l’antico monastero di Montebello, guardiano della tradizione religiosa marchigiana, e riportare alla luce la cultura contadina. Gino Girolomoni, 65 anni, da Isola del Piano, nel Pesarese, è considerato il pioniere e il guru dell’agricoltura biologica. Oggi Montebello accoglie ospiti tutto l’anno e ha una fondazione culturale. Ogni anno passano da qui diecimila persone, scuole comprese. E non è raro trovarvi intellettuali del calibro di Franco Cardini e Guido Ceronetti. La cooperativa, fondata da Girolomoni, si chiama Alce Nero, in onore del capo indiano che raccontò negli anni 50 la vera storia del west, ovvero il massacro dei nativi a opera dell’uomo bianco, Alce Nero, però, era anche e soprattutto un cattolico. E la fede ha giocato un ruolo determinante in quella che è stata una vera e propria battaglia combattuta da Gino con la sua famiglia per coltivare la terra, salvare il monastero e riscoprire le radici di una storia.

Cosa l’ha spinta a trasferirsi a Isola del Piano 40 anni fa?
La scoperta che un rudere, divenuto casa mia, era il monastero di Montebello, edificato dal beato Pietro Gambacorta da Pisa, un eremita vestito di sacco che viveva di elemosina, è nato nel 1380 l’ordine dei Girolomoni, che nel 1700 aveva cento monasteri. Qui in duecento anni sono vissuti 17 beati. L’Ordine venne soppresso nel 1933. il monastero di Montebello rimase in stato di abbandono per decenni, nessuno conosceva più la sua storia e quando l’ho visto era completamente abbandonato. Mi sono indignato, non si può buttare via questo patrimonio di fede. Mi sono detto: devo ricostruire questo posto.

E oggi vive a Montebello con la sua famiglia.
I miei figli abitano con me. Mia moglie Tullia, la metà della mia anima, è morta due anni fa. Venne qui con me per amore, senza luce, acqua e strade e con un bimbo di cinque mesi. Non ho potuto dedicarle il tempo che avrei voluto.

Cos’è per lei la campagna?
Sono figlio di contadini e nel 1970 sono diventato sindaco di Isola del Piano. Mi sono domandato perché se ne erano andati via tutti. Mi sono detto insieme ad altri amici e a mia moglie: se i nostri padri hanno vissuto in campagna senza soldi, strade, acqua e telefono, possiamo farcela noi che disponiamo di tutti i confort? È una riflessione che riguarda i due terzi del territorio italiano scartati dall’economia. A Montebello abbiamo vinto la sfida.

Quando ha iniziato a coltivare agricoltura bio?
Per me anche questa ha un senso religioso. Ho scoperto quarant’anni fa che stavamo avvelenando la creazione con concimi chimici, diserbanti, pesticidi. E il cibo con conservanti, coloranti, aromi artificiali. Stiamo distruggendo l’eden. Ho scelto il bio perché non posso avvelenare il mondo. Non riusciremo a salvarlo, ma almeno non sto dalla parte di chi lo sta distruggendo. Da credente ho una richiesta ai vescovi della mia regione: che celebrino l’Eucaristia con pane e vino bio. Sarebbe un messaggio molto forte.

Siete riusciti a ricostruire la chiesa del monastero?
Al 90% è finita, la riconsacreremo presto. Questa estate si è sposato lì mio figlio Giovanni, hanno celebrato il matrimonio due vescovi, il vescovo di Port-de-Paix, ad Haiti, Pierre Antoine Paulo, e l’amministratore apostolico di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, l’arcivescovo Francesco Martinelli. Nel 1969 Paulo, appena consacrato prete, venne a benedire Montebello, allora un rudere che dopo 120 anni di abbandono era in mezzo a una foresta. Ha portato bene. Farò dire anche una messa in latino, come nel 1300.

Cosa l’ha spinta a lottare per quest’impresa?
Nella storia chi perde ha torto. Se perdevamo voleva dire che non era possibile produrre senza inquinare. Uno resiste perché vuole vincere una buona battaglia.